I liberi di parlare e i liberi di affogare.
I belpietristi del Giornale secondo alcuni sarebbero quasi dei paladini della libertà di pensiero, dacché ospitano collaborazioni di intellettuali e scrittori liberi e non schierati – che pure, nella loro pretesa purezza di non prendere partito, si prendono la libertà, quella sì, di farsi assoldare. Sembra propendere per questa tesi anche Giulio Mozzi in uno scritto comparso ieri su Nazione Indiana, nel quale si parla dell’articolo di Emanuele Coen uscito sul Venerdì di Repubblica sul rapporto tra editori e rete e in cui viene citato anche il sottoscritto, nonché il presente blog (titolo dell’articolo: Nuovi talenti? Gli editori li pescano con la rete).
Ora, mi chiedo, con quale purezza ci si può fare assoldare da codesti mistificatori, autori di veri e propri crimini contro il linguaggio, ovvero il pensiero, ovvero l’umanità?
Mirabile il titolo del Giornale, oggi. “Immigrati: sbarchi, tragedie e delitti”. Un gran calderone sotto un minimo comun denominatore: “emergenza immigrazione”. Con un obiettivo politico: “la politica delle «porte aperte»”. Si prendono fatti che non hanno legame tra loro, li si lega mediante una shakerata ideologica, e via servita la paura al bibente lettore. Gli sbarchi e gli affondamenti di Lampedusa; l’omicidio di una ragazza in una chiesa ad opera di un sacrestano; la violenza sessuale in centro a Milano; la comparizione della madre della ragazza pakistana uccisa nei giorni scorsi.
Da rilevare anzitutto gli slittamenti lessicali nel lungo sottotitolo: gli “immigrati” annegano; il sacrestano che ha ucciso la ragazza (per motivi ancora tutti da verificare) è “un altro extracomunitario” assassino; il violentatore è un “clandestino”; la madre della “pakistana sgozzata” (l’assassinio cui dianzi si faceva riferimento) ha detto che non era una “buona musulmana”.
Ciò che sorprende per prima cosa è che l’enormità delle tragedie di migranti subsahariani (tra loro ci sono molti eritrei, ad esempio, e la cosa dovrebbe essere approfondita), con quella potenziale pietà umana che per chiunque dovrebbe scaturirne, viene usata come lievito di quell’impasto di paure dell’indifferenziato che prende corpo negli slittamenti linguistici di cui sopra. Tanto che gli annegamenti, nel titolo, non ci sono: si parla invece di sbarchi, come si conviene a un’invasione con tutti crismi. Questa è davvero una sapiente arte dell’inganno. Applausi.
Poi. Il sacrestano è di certo extracomunitario, cingalese per la precisione (tralasciamo il fatto che già la parola extracomunitario è una parola razzista: smetterà di esserlo solo quando anche gli statunitensi verranno normalmente denominati tali): peraltro, da un punto di vista giornalistico, forse è più rilevante che si trattava di un sacrestano, dunque di un bravo cattolico, che ha sconsacrato la chiesa con un omicidio. Tanto più che lui è perfettamente integrato nella comunità da anni. E invece no: per il Giornale, d’un tratto, la linea di demarcazione non è più lo scontro di civiltà tra cristianesimo e Islam: l’importante è rimarcare l’esser extra. (E’ insomma il gesto del bando, come “semplice posizione di una relazione con l’irrelato”). Perché questo extra torna utile, viene capitalizzato nella misura in cui nell'occhiello si legge appunto che Hina è stata uccisa in quanto non era una “buona musulmana”. E automaticamente tutto il resto acquisisce questo segno islamico. Del resto Hina, in quella frase, è una “pakistana” – la sola ad avere diritto alla nazionalità, dunque la sola ad essere persona di fronte all’indifferenziata tenebra popolata di fantasmi. (Chi non ha nazione, non è).
Un extra acquisisce nazionalità e diventa persona solo quando si fa “sgozzare” (come un capro) e diventa vittima. Altrimenti è un extra, ovvero (slittamento) un clandestino / fantasma, come risulta dal fatto che il violentatore è così definito, clandestino, laddove per adesso l’unico indizio è che potrebbe essere un maghrebino: dunque potrebbe essere un immigrato regolare, o addirittura un cittadino italiano…
Tornando a Hina, e chiudendo il cerchio: altre fonti riportano che la madre di Hina abbia detto di sua figlia che non era una “buona pakistana” e non una “buona musulmana”. E secondo altre fonti non ha detto questo per giustificare il marito. Ma la verità, nello shaker dei giornalai, è irrilevante. E certo non si pretenderà che ci spieghino che cosa questi fatti hanno a che fare con la presunta politica delle porte aperte. Certo non si pretenderà che dicano che queste tragedie sono prodotte proprio dalla politica di chiusura prima e di mancata integrazione poi. Mica vorremo impedire la loro libertà di parola.




