Se vogliamo andare un poco oltre, vorrei dedurne una tesi che trovo centrale e affascinante, e cioè che l’autore non esiste. […] i testi letterari sono essenzialmente anonimi. […] Potrebbe confermare questa estensione del discorso di Jung una proposizione in cui Jung nota che lo scrittore non sa nulla, non ha informazioni privilegiate su quello che scrive : - Quel che dicono della loro opera spesso non è quel che di meglio se ne possa dire.-
Sono parole di Giorgio Manganelli (appena lette qui). Ho ripensato al testo, Note su Lager Italiani, che mi ha dato ieri l'amico Lorenzo Rustighi, giovane filosofo. Testo che forse dice più delle altissime qualità ermeneutiche e di produzione di concetti (ovvero: nel fare filosofia) di Lorenzo che non del libro Lager Italiani. Diciamo dunque che il libro è qui un catalizzatore per un discorso che lo trascende (ma che va, questo sì, al suo trascendentale). Ne pubblico uno stralcio. (Chi fosse interessato al resto, non ha che da chiedermelo).
Etico e logico tracciano, qui, i confini del politico nella apoliticità del fatto. E i fatti – come si dice – si devono lasciar parlare. Qui si leva la voce di chi parla, e parlando lascia parlare. In una meditazione sulla lingua Rovelli ne ricorda significativamente il legame, per la dottrina cattolica, con
«Il mio libro – dice Rovelli – è nato per raccontare le vite dei migranti: sono quelle vite, quei corpi, il senso stesso del politico. Dare voce a chi non ha voce, questo è ciò che ho voluto fare». Dare voce a chi non ha voce significa anche rendere possibile uno stato di redenzione. Perché chi è libero di parlare sa anche mostrarsi grato, corrispondere al Verbo con la parola, e così aprirsi un varco di luce alla salvezza, al Regno della Grazia.
[…]
L’innaturalità, nel discorso di Rovelli, si fonda sull’ordine come l’evento si fonda sull’teoria, e con ciò ne dichiara già la radicale, perenne inadeguatezza: i suoi strumenti di lavoro e di osservazione non sono prefabbricati, si limita piuttosto ad impiegare quegli stessi strumenti che incontra sul proprio cammino, le scorie e la ferraglia di un’officina vivente il cui vivere è divenuto problema. È la ricerca stessa che si tramuta in organo del proprio ricercare, il fatto stesso che si fa interprete di se medesimo. La scientificità della visione non viene mai meno, con l’accuratezza del chirurgo egli interviene sui suoi dati: ma il suo bisturi è la stessa lametta con cui i protagonisti delle sue storie si tagliano e si umiliano, le sue forbici sono i pezzi di vetro che perforano i loro stomaci, e alla precisione dell’incisione fa riscontro il tampone di una ragione prospettica che s’imbeve di sangue per occludere la fonte da cui sgorga. La sua opera è farmaco razionale per quei detenuti, la sua narrazione si fonda su una competenza anatomica analoga a quella delle cure mediche che vengono loro negate.
L’immanenza cui ci si appella è quella stessa per cui lo schiavo, il recluso, si punisce e si mortifica prima che possa punirlo e mortificarlo il suo carnefice: a tal punto ha interiorizzato il senso perverso della propria inessenzialità, a tal punto – figlio dell’esclusione – ha bandito se dalla sovranità di se stesso. L’unica che sappia esercitare, è la sovranità del suo essere schiavo: ma neppure questa gli è concessa. La ragione immanente qui deve sapersi commisurare ai fatti, e l’immanenza di Rovelli è quella che aspira alla rottura dell’ipocrisia dialettica del diritto. È immanenza detonante che fa implodere i fatti a rifondare di nuovo – alla radice – il significato delle parole. Parole e fatti sono qui sullo stesso piano di logica ed etica. Il logico e l’etico fanno saltare i gangli cancerogeni di Logos ed Ethos, l’immanenza in Rovelli è già da subito il regno della trascendenza, proprio come la sacralità del Verbo è già al di là del sacrale. Natura e Spirito sono riunificati, come era nelle antichità più remote, nel sangue che impregna la narrazione fino all’osso. Il sangue è il vero trascendentale di quella narrazione: ed ecco che l’immanenza si scopre più profondamente come astrazione, l’astratto che purifica, che rigenera, che strappa, che salva, che libera.




