Ero a Rosarno, una decina di giorni fa, capitale della ‘ndrangheta e della raccolta delle arance, dove la famiglia Pesce, la cosca più potente, ha perfino pagato il condizionatore della chiesa. Ne scriverò, perché quella terra è un punto di snodo decisivo nel mio “viaggio in Italia” attraverso il lavoro clandestino, che finirà in un libro (un po’ il prequel, o il sequel, di Lager Italiani – parlerò anche di questo).
Intanto, riporto un inciso delle cose che mi ha detto Antonino, un liceale che a sfidare quel mondo di paralisi ci prova - la sua testimonianza di un vissuto di fronte a un compagno di classe esponente di una nota cosca mafiosa: “Qua anche vestirsi non alla moda significa lottare, la mafiosità è nei comportamenti. Se una ragazza esce la sera è automaticamente una puttana. Io ho acquisito libertà d’azione quando mi hanno visto parlare amichevolmente con un ragazzo notoriamente di famiglia mafiosa, che è a scuola con me. Lui ha un conflitto interiore, io gli dico, Vattene da qui, hai i soldi, vattene, lui con me ci parla - ma quando è con altre persone si comporta diversamente. Non sono fiducioso – non riesce a uscire dall’arroganza: quando è attaccato reagisce cosciente del proprio potere. Se uno vuole smettere di essere mafioso deve reagire diversamente, anche se è vero che lui non è mai andato a picchiare un nero, anzi li schifa, l’ha pure detto pubblicamente, oppure è intervenuto, a scuola, a far da calmiere nei confronti di persone che picchiavano; a lui basta una parola, ha autorità. C’è gente violentissima, crescono respirando la violenza come una cosa normale, sono feroci – di fronte a una sua parola, chinano la testa.
Lui ancora è un mafioso: se vuole sottrarsi, deve rinunciare alla sua autorità.”




