Salvare persone che affondano è un reato. Strano che ancora non lo si sia capito. Eppure la vicenda della Cap Anamur, la nave di un’associazione tedesca umanitaria che aveva salvato 37 persone da un barcone in procinto di affondare, lo aveva già esposto con la massima chiarezza. Quei migranti, la maggior parte dei quali provenienti dal Darfur, erano oggetto di un rimpallo tra Malta, l’Italia e la Germania. Erano diventati una questione di Stato, quasi il simbolo della sovranità nazionale. Per questo erano rimasti per tre settimane a bordo della nave davanti a Porto Empedocle, guardati a vista dalla marina militare italiana. E quando il capitano della nave aveva deciso che dovevano scendere a terra, che quella segregazione non poteva continuare, era stato arrestato, e successivamente processato, insieme a tre marinai, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Il caso Cap Anamur diceva con chiarezza che l’Unione Europea, almeno dal maggio 2004, dopo l’allargamento, si era costituita in Fortezza, e che si doveva procedere al respingimento e all’espulsione, senza se e senza ma, degli immigrati irregolari.
“Se devo portare un cadavere a terra per stare una settimana attaccato alla banchina – mi diceva - io il cadavere lo riprendo e lo butto in mare, pace all’anima a dio. La stessa cosa la pensi quando uno li vede in pericolo… Però sono persone come noi, allora intanto io cerco di portarli in salvo, poi si vede.”
E’ storia di tutti i giorni, i pescatori sono i primi a intercettare i barconi. E spesso è successo che se li portavi a terra ti tenevano la nave ferma per qualche giorno, con un danno economico non da poco. Così, quando ti capitava di pescare cadaveri, gli scrupoli morali erano superabili. Non quando incontri dei corpi ancora vivi. Però si tratta sempre di sfidare la legge, e non tutti magari ne hanno il coraggio. Ché la legge, la nostra legge, disincentiva l’aiuto umanitario.
“Quando li avvisti – continuava il pescatore – tu chiami la capitaneria, loro vogliono sapere la tua posizione, la posizione dei clandestini, poi devi stare in attesa, e fare quello che ti dicono. Però, certo, se vedi che quelli sono in pericolo, tu lasci perdere quello che ti dicono dalla capitaneria, come è successo quest’estate: c’era un peschereccio di Pozzallo che ha avvistato un barcone di una cinquantina di persone. Li hanno salvati quasi tutti, tranne tre, ché la barca si è rovesciata e questi sono affogati. E la Capitaneria sai che cosa gli aveva detto? Rimanete là in attesa d’ordini! Il capitano diceva, Ma io non posso rimanere qua, Stanno morendo tutti! Sì, aspettate le nostre unità che stanno arrivando. Ma le vostre unità prima che arrivano qua ci vogliono quattro o cinque ore, qua non salviamo neanche una persona. Ha fatto di testa sua e li ha salvati. Era un peschereccio di qua, poi gli hanno dato la targhetta al valore, però tramite il sindaco, perché se non c’era il sindaco nel mezzo chissà cosa gli facevano loro…"
Questa ingiunzione di attendere non dipende dalla crudeltà della capitaneria, ché anzi ci sono persone che si spendono di continuo per salvare barche in difficoltà, ma dalle costrizioni di una legge che intende limitare al massimo gli accessi irregolari, costi quel che costi.



