mercoledì, 30 maggio 2007

Peace Reporter mi ha chiesto un commento (qui) sulla vicenda dei ventisette ragazzi africani che stavano naufragando nel Mediterraneo e sono stati trainati da un peschereccio maltese sul quale però non sono stati fatti salire per paura di una condanna per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Lo riporto di seguito. 

Salvare persone che affondano è un reato. Strano che ancora non lo si sia capito. Eppure la vicenda della Cap Anamur, la nave di un’associazione tedesca umanitaria che aveva salvato 37 persone da un barcone in procinto di affondare, lo aveva già esposto con la massima chiarezza. Quei migranti, la maggior parte dei quali provenienti dal Darfur, erano oggetto di un rimpallo tra Malta, l’Italia e la Germania. Erano diventati una questione di Stato, quasi il simbolo della sovranità nazionale. Per questo erano rimasti per tre settimane a bordo della nave davanti a Porto Empedocle, guardati a vista dalla marina militare italiana. E quando il capitano della nave aveva deciso che dovevano scendere a terra, che quella segregazione non poteva continuare, era stato arrestato, e successivamente processato, insieme a tre marinai, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Il caso Cap Anamur diceva con chiarezza che l’Unione Europea, almeno dal maggio 2004, dopo l’allargamento, si era costituita in Fortezza, e che si doveva procedere al respingimento e all’espulsione, senza se e senza ma, degli immigrati irregolari.

Qualche mese fa ho assistito a uno sbarco a Pozzallo, nel ragusano. In quel caso erano eritrei, trainati fino al porto dopo essere stati recuperati al largo. Per un giorno rimasero nel capannone del porto, per essere poi trasferiti in un centro di identificazione. Sulla banchina, un vero e proprio cimitero di barconi, alcuni dipinti a più colori, alcuni ornati di fregi e scritte arabe e versetti coranici. Tra quei relitti, avevo incontrato un pescatore, ormai abituato alle presenze di immigrati nel suo mare.
Se devo portare un cadavere a terra per stare una settimana attaccato alla banchina – mi diceva - io il cadavere lo riprendo e lo butto in mare, pace all’anima a dio. La stessa cosa la pensi quando uno li vede in pericolo… Però sono persone come noi, allora intanto io cerco di portarli in salvo, poi si vede.”
E’ storia di tutti i giorni, i pescatori sono i primi a intercettare i barconi. E spesso è successo che se li portavi a terra ti tenevano la nave ferma per qualche giorno, con un danno economico non da poco. Così, quando ti capitava di pescare cadaveri, gli scrupoli morali erano superabili. Non quando incontri dei corpi ancora vivi. Però si tratta sempre di sfidare la legge, e non tutti magari ne hanno il coraggio. Ché la legge, la nostra legge, disincentiva l’aiuto umanitario.
“Quando li avvisti – continuava il pescatore – tu chiami la capitaneria, loro vogliono sapere la tua posizione, la posizione dei clandestini, poi devi stare in attesa, e fare quello che ti dicono. Però, certo, se vedi che quelli sono in pericolo, tu lasci perdere quello che ti dicono dalla capitaneria, come è successo quest’estate: c’era un peschereccio di Pozzallo che ha avvistato un barcone di una cinquantina di persone. Li hanno salvati quasi tutti, tranne tre, ché la barca si è rovesciata e questi sono affogati. E la Capitaneria sai che cosa gli aveva detto? Rimanete là in attesa d’ordini! Il capitano diceva, Ma io non posso rimanere qua, Stanno morendo tutti! Sì, aspettate le nostre unità che stanno arrivando. Ma le vostre unità prima che arrivano qua ci vogliono quattro o cinque ore, qua non salviamo neanche una persona. Ha fatto di testa sua e li ha salvati. Era un peschereccio di qua, poi gli hanno dato la targhetta al valore, però tramite il sindaco, perché se non c’era il sindaco nel mezzo chissà cosa gli facevano loro…"
Questa ingiunzione di attendere non dipende dalla crudeltà della capitaneria, ché anzi ci sono persone che si spendono di continuo per salvare barche in difficoltà, ma dalle costrizioni di una legge che intende limitare al massimo gli accessi irregolari, costi quel che costi.

Un evento come questo del peschereccio maltese che non ha voluto far salire a bordo i ventisette migranti ci dice anche un’altra cosa. Non che occorra suscitare la pietà per questi “disperati”: la pietà non è altro che il rovescio del senso di superiorità dell’uomo bianco, al quale fa agio avere uno zio Tom da compatire. Ci dice invece che è necessaria una vasta, instancabile operazione di parola, di linguaggio (se pensiamo anche a come queste cose vengono presentate nei telegiornali) per far capire che la clandestinità c’è perché non è offerta la minima possibilità di ottenere un ingresso regolare, e che la clandestinità è una iattura soprattutto per i clandestini stessi, i quali eviterebbero ben volentieri di mettere a rischio le loro vite su quei barconi, e potrebbero entrare in Europa con il loro nome e i loro diritti. Si tratta di comprendere che non permettere di entrare regolarmente produce necessariamente clandestinità, e la clandestinità è estremamente gradita agli imprenditori che ne sfruttano la forza-lavoro, e anche ai politicanti che ne sfruttano le potenzialità di “capro espiatorio”, nemico ideale su cui fare campagna elettorale. Si tratta di comprendere i meccanismi delle migrazioni, un fatto naturale inevitabile, e non cedere all’onda d’urto della cronaca nera usata perennemente come clava hobbesiana, come lo spettro dell’uomo nero agitato per invocare misure sempre più restrittive e repressive. Si tratta di comprendere, anche, il ruolo “necessario” di questi ragazzi ghanesi nigeriani e camerunesi, ciò che sarebbero andati a fare, quali reti amicali o parentali avrebbero sfruttato e sfrutteranno, magari a raccogliere pomodori in Campania o in Puglia, o forse in qualche metropoli a offrirsi nei cantieri. “Si tratta di comprendere”: espressione delicata, di questi tempi, forse anacronistica, ma non c’è altra via.

postato da: MarcoRovelli alle ore 16:22 | Permalink | commenti
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venerdì, 25 maggio 2007

Said e il numero 9.


“Non l’avete capito che questo è un territorio fuori dell’Italia? Qui comanda la polizia. Qui non vi sente nessuno!” Così, racconta Said, gridavano i poliziotti durante il pestaggio del 2 marzo 2003 nel CPT di via Mattei a Bologna. Grida che esponevano ciò che i migranti sanno fin troppo bene, dentro un campo: che non hanno diritti, e che ciò che fa valore sono i puri rapporti di forza. Ieri Said Imich ha ripercorso quella notte, durante l’udienza al tribunale di Bologna. Ne ha ritracciato la dinamica, così come aveva fatto altre volte, con la stessa precisione, senza smagliature, esattamente ripercorrendo quanto mi è accaduto di riscrivere in uno dei capitoli del mio “Lager italiani”. E’ stato il momento più intenso (e ancor più intenso per me che mi onoro della sua amicizia) di quello che forse è il processo più importante per un pestaggio dentro il CPT dopo quello che si concluse con la condanna in primo grado di don Cesare Lodeserto per i pestaggi nel centro Regina Pacis di San Foca, in Puglia. Stavolta imputati sono i poliziotti che infuriarono quella notte, compreso l’ispettore: è un processo importante, perché vengono finalmente alla luce di un’aula giudiziaria quelle inscrizioni totalmente arbitrarie dei manganelli sui corpi dei detenuti che sono un fatto fin troppo normale nei centri, a sentire i racconti dei migranti. La dinamica di quella notte ricorda da vicino Bolzaneto e la Diaz insieme – e del resto Genova che cosa fu, nel luglio 2001, se non un grande campo, una zona d’eccezione in cui ogni diritto era stato sospeso?

Said era in camera, quando sente delle grida dal cortile. Due ragazzi, uno russo e uno tunisino, avevano provato a scappare, e Said li vede a terra, con i carabinieri che li manganellano, finché li trascinano nel posto di guardia della polizia. Da lì dentro continuano a sentirsi le urla, e i detenuti del campo (gli “ospiti”, anzi, ché così vuole la legge) si ribellano. “Siamo in un paese civile, democratico, non si usano più i manganelli” – così dice Said, con un’indignazione quieta e ironica, al pm che lo interroga. Alcuni vanno verso il cancello, altri sulla tettoia, e lanciano bottiglie di plastica, sacchi della spazzatura e pezzi di grondaia. Dopo un po’, i due fuggiaschi rientrano, piangendo. (Ha visto i segni dei manganelli sul corpo?, chiede il pm. No, loro piangevano e basta, quali segni, i segni del manganello si vedono il giorno dopo, risponde Said. E, nella deposizione successiva, la parlamentare Katia Zanotti ha affermato di averli ben visti, quei segni, quando entrò il 3 marzo nel centro, e ha visto pure le ferite sulla testa, e il sangue sparso a terra). Ma questa protesta non poteva essere tollerata dai poliziotti, lesi nell’onore, nel prestigio, che per riaffermare la loro autorità, la loro forza, dovevano mostrare chi comanda davvero. E perciò sono entrati in assetto antisommossa, in spedizione punitiva, con l’ispettore che grida Io vi sfondo, e mantiene la parola in effetti, manganelli che aprono le teste, lacrimogeni, e poi tutti contro il muro nel corridoio, uno che ti guarda, Alza la faccia!, e tu la alzi e lui che ti sputa in faccia, così racconta Said, e poi ancora manganellate, e uno scudo che si spacca in testa a Said e il sangue che gli si spande ancor più sul volto, tanto che un poliziotto gli fa una foto col cellulare, Chi è il più bello?

Ridevano, dice Said, erano allegri, dopo la spedizione. Specialmente il numero 9, quello che nel riconoscimento di qualche tempo fa era contrassegnato con quel numero. Il numero 9 è l’asso di quella sera, dice Said, lui era quello che si divertiva più di tutti, calci e pugni che volavano. Numero 9, adeguato, proprio come per un centravanti di sfondamento. Il poliziotto numero 9 si chiama Cognitti, ed è seduto al primo banco, esattamente davanti a Said, ma Said non gli fa l’onore né di guardarlo negli occhi né di dargli un nome. Lui è, e sarà sempre, il numero 9.

C’è stato un altro momento forte, nell’udienza, ma invece della misurata intensità di Said i pochi presenti hanno potuto assistere a due tragicomiche comparsate di due crocerossini, che hanno costellato i loro discorsi di “non ricordo” e di contraddizioni, fino a farsi riprendere più volte dalla giudice stessa, che gli ha fatto presente che in una processo bisogna dire “tutta la verità”, e la reticenza può essere ragione di incriminazione. Ciò che il primo testimone ha cominciato col non ricordare era il fatto che vi fosse stata una fuga – ciò che pareva davvero far comodo alla difesa, che tende a dire che quella era una rivolta (come se, in ogni caso, quello fosse un buon motivo per massacrare delle persone). La pm gli fa rilevare un mare di contraddizioni con la deposizione resa al gip il 14 novembre del 2003, ma lui continua a non ricordare, nonostante le ammonizioni del giudice. Soprattutto, ciò che non aveva raccontato nella dettagliatissima deposizione al gip, compare adesso (questo è un ricordo che evidentemente deve aver occultato tutto il resto): il fatto che ci si trovò di fronte, in quell’occasione, a un tentativo di “fuga di massa”, fino a che la massa di fuggiaschi “prese possesso dell’infermeria” dove si trovavano attrezzi pericolosi come i bisturi. Questo ricordo compare alle domande dell’avvocato della difesa, di fronte alle quali il crocerossino non ha esitazioni, i ricordi sono precisi adesso, tanto precisi che si ricorda perfino di aver visto gente entrare nella zona infermeria “dopo l’uscita del Bui e del Tedeschi”… Eh già. Non ricorda nulla, il sangue, il motivo della protesta, gli idranti che sparano sulla tettoia, ma il Bui e il Tedeschi, quelli, come scordarli?

(pubblicato su Liberazione il 18/5/2007)
postato da: MarcoRovelli alle ore 18:58 | Permalink | commenti
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