venerdì, 16 marzo 2007
Sottrarsi al potere.

Ero a Rosarno, una decina di giorni fa, capitale della ‘ndrangheta e della raccolta delle arance, dove la famiglia Pesce, la cosca più potente, ha perfino pagato il condizionatore della chiesa. Ne scriverò, perché quella terra è un punto di snodo decisivo nel mio “viaggio in Italia” attraverso il lavoro clandestino, che finirà in un libro (un po’ il prequel, o il sequel, di Lager Italiani – parlerò anche di questo).

Intanto, riporto un inciso delle cose che mi ha detto Antonino, un liceale che a sfidare quel mondo di paralisi ci prova - la sua testimonianza di un vissuto di fronte a un compagno di classe esponente di una nota cosca mafiosa: “Qua anche vestirsi non alla moda significa lottare, la mafiosità è nei comportamenti. Se una ragazza esce la sera è automaticamente una puttana. Io ho acquisito libertà d’azione quando mi hanno visto parlare amichevolmente con un ragazzo notoriamente di famiglia mafiosa, che è a scuola con me. Lui ha un conflitto interiore, io gli dico, Vattene da qui, hai i soldi, vattene, lui con me ci parla - ma quando è con altre persone si comporta diversamente. Non sono fiducioso – non riesce a uscire dall’arroganza: quando è attaccato reagisce cosciente del proprio potere. Se uno vuole smettere di essere mafioso deve reagire diversamente, anche se è vero che lui non è mai andato a picchiare un nero, anzi li schifa, l’ha pure detto pubblicamente, oppure è intervenuto, a scuola, a far da calmiere nei confronti di persone che picchiavano; a lui basta una parola, ha autorità. C’è gente violentissima, crescono respirando la violenza come una cosa normale, sono feroci – di fronte a una sua parola, chinano la testa. 

Lui ancora è un mafioso: se vuole sottrarsi, deve rinunciare alla sua autorità.”

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sabato, 10 marzo 2007
Cantieri.

Leggo che ieri a Roma 37 rumeni si sono barricati dentro un palazzo in costruzione. Sono loro, che lo stanno costruendo, da mesi. Ovviamente, come è normale, in nero. Con tutto quel che comporta. L'edilizia è il settore produttivo che tira di più, in termini di Pil, e uno dei fattori determinanti è questo: lo sfruttamento della mandopera clandestina, senza diritti. Devono essersene accorti anche questi rumeni. Tanto che si sono barricati nel loro palazzo, a reclamare l'assunzione. Non gli bastava il pagamento degli arretrati, a questi. Gli hanno detto che sono diventati "cittadini europei", e loro ci hanno creduto.
E per gli altri, per quelli che cittadini europei non lo sono diventati, e su di loro pende sempre la possibilità di essere rimpatriati? Per loro sarà più difficile. Saranno sempre soggetti all'espulsione, e dunque soggetti allo sfruttamento. Ma il gesto dei 37 rumeni è un gesto che vale anche per loro.
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domenica, 04 marzo 2007
IIeri, a Bologna, manifestazione contro i CPT, fino a quello di via Mattei. Said - che a via Mattei è stato menato - mi ha chiamato, Vieni? Purtroppo no, avevamo già fissato tempo fa un incontro all'Ateneo Libertario di Milano. Diciamo che è stata un evento decentrato, ma a risuonare è stata la stessa voce. Oggi Valerio Evangelisti, su Carmilla, dice la sua sulla  manifestazione e pubblica la recensione a Lager Italiani che aveva scritto per il manifesto e che era rimasta fino ad ora impubblicata. La copioincollo qui di seguito. (E intanto rifletto sulle illustre recensioni - Revelli, Vattimo, Evangelisti - che sono fioccate a ben nove mesi di distanza dall'uscita del libro: un parto...)

I lager di casa nostra

di Valerio Evangelisti

Si stanno moltiplicando i reportages che hanno il sapore e il valore di un’opera letteraria. Non c’è nulla di nuovo, in questo, e stupisce lo scandalo di alcuni, timorosi di improbabili contaminazioni. Sono due secoli e passa che scrittori di primo piano si mescolano a eventi del loro tempo e, accanto alla pura narrativa, forniscono resoconti di esperienze, di viaggi, di imprese politico-militari, di esplorazioni dei lati meno vistosi del loro presente.
Semmai, la novità è che alcune opere recenti manifestano un forte impegno sociale. Forse è questo che stupisce, in un’epoca che vorrebbe messa al bando la scelta politica netta e gli interrogativi troppo profondi. Ciò che era lecito a Friedrich Engels, a Jack London, a George Orwell (immergersi negli inferni di Inghilterra, Francia e Stati Uniti, cogliere dal vivo la vita dolorosa di operai, minatori, emarginati), non lo sarebbe per giovani scrittori italiani odierni, che attenterebbero alla purezza dell’ “oggetto letterario”.
Tutte sciocchezze, è chiaro. Il rimprovero che sottostà alla condanna è semplicemente quello di coltivare la visione di una società stratificata, con dominanti e dominati, in un momento in cui l’asettico termine di “imprenditori” ha sostituito il desueto “padroni”, e in cui i “proletari” di un tempo sono divenuti “impiegati”, “collaboratori” o quant’altro. Una “sinistra moderna”, in equilibrio con una destra sempre uguale a se stessa ma che per misteriose ragioni appare nuova, ha fatto da battistrada a innovazioni lessicali capaci di spegnere ab origine ogni possibile conflitto troppo acuto. Dato il quadro, un autore che scoperchi la pentola e mostri la sussistenza di un “sistema” tanto potente quanto criminale non può che riuscire sgradito.
E’ il caso di Marco Rovelli, autore di Lager italiani. La provocazione è presente fin dal titolo. In un paese in cui, ufficialmente, si seguita a negare una memoria appesantita da lager per etiopi e slavi, da stragi di massa, da eccidi anche recenti (in Iraq, per esempio), e nel quale gli unici lager ammissibili storicamente sono quelli nazisti, parlare di campi di concentramento italiani contemporanei non può che destare scandalo.
Eppure Rovelli ce lo dimostra. Al centro del suo lavoro sono i CPT: i Centri di permanenza temporanea che l’Italia, non unica in Europa, ha allestito per detenervi chi giunga clandestinamente ai suoi confini. Un’invenzione del penultimo centrosinistra, che il centrodestra ha appena un po’ aggravato facendo dell’ingresso nel nostro paese una sorta di reato, da debellare con la massima durezza.
Rovelli è andato a interrogare i reclusi o ex reclusi dei CPT, raccogliendone le storie individuali. Siamo abituati a considerarli una massa unica, guidata da magnifiche sorti e progressive – la società multietnica a venire – oppure spinti da un torbido progetto di invasione. Nessuna delle due visioni è quella vera. Se interpellati uno a uno, coloro che abbiamo recluso in carceri assurde, inumane, narrano storie individuali diversissime, travagliate, in cui la costante è il dolore. Sfuggiti agli inferni voluti dalla macroeconomia – o, non è raro, dal desiderio assai comprensibile di “conoscere il mondo” – si trovano incarcerati senza avere commesso alcun crimine riconosciuto come tale.
Vengono ingabbiati, umiliati, costretti a promiscuità non volute (non solo tra sessi, ma anche tra etnie), sottoposti a oltraggi sessuali. Per quanto non sia un giudizio generalizzabile, oggi polizia, carabinieri e agenti di custodia, in larga percentuale, non sono diversi da quelli di Bolzaneto. Ci sono le eccezioni, certo, e nel libro risaltano. Ma risalta anche la tendenza, diffusa nell’assieme della società, a considerare il perdente colpevole delle sue miserie, con licenza di infierire su di lui ai massimi gradi di crudeltà.
Le vittime sono magrebini, slavi, sudamericani, asiatici. Provengono da parti del mondo costrette, in condizioni di miseria estrema, ad adottare l’ultraliberismo proposto dal Fondo Monetario Internazionale e a ridurre al minimo i servizi sociali. Così l’economia si risolleverà, così si ridurrà il peso (inestinguibile) del debito. Poco importano i destini individuali di chi è travolto dal meccanismo. Cercherà di sfuggire alla sua sorte. Si ritroverà in una gabbia italiana in cui i secondini le sbavano addosso, se è donna, o lo picchiano al minimo pretesto, se è uomo.
Il libro di Marco Rovelli – sia reportage o romanzo, chissenefrega – denuncia un’ingiustizia ai limiti del tollerabile. Regole economiche pazzesche, coltivate sbirciando continuamente l’andamento dei titoli di borsa, producono ondate migratorie. Quelle stesse ondate, quando si credevano in salvo su coste “democratiche”, si ritrovano fra le sbarre, a sperimentare le poche sofferenze non patite fino a quel momento. Per sopravvivere, a parte lo sfruttamento, una sola soluzione: l’illegalità. Ciò garantisce nuove sbarre, prima o poi.
Va notata l’evoluzione, in questo senso, di una componente del centrodestra: la Lega Nord. Prima ce l’aveva con i meridionali italiani. Poi passa ai magrebini. Successivamente ai neri in generale. Ed ecco che arrivano gli slavi: biondi, altissimi. Non rientrano nello schema. Allora diciamo che una parte minoritaria di loro sono musulmani. La guerra è contro l’Islam...
A parte la schizofrenia costante della Lega Nord, tutto il centrodestra, incluse le ali che si autodefiniscono “liberali”, sul tema dell’immigrazione e dei CPT è compattamente fascista. Peccato che i CPT siano creazione del centrosinistra, come Rovelli spiega bene, in appendice, nelle sue “Note deperibili”…
Ho idea che la radice del male risieda nella parola “centro”. Nucleo di moralisti capaci di sbattere poveri diavoli in un lager, nel nome di una presunta sicurezza sociale, e lasciare che fascisti dichiarati gestiscano il seguito. Pare inevitabile portarsi addosso questi figuri. Fortuna che un Marco Rovelli ci fa avere, per un attimo, qualche brivido circa gli esiti della manovra.

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venerdì, 02 marzo 2007
Su L'espresso è uscita questa recensione di Gianni Vattimo a Lager Italiani. Devo dire che in effetti, prima dell'uscita del libro, mi sarei atteso almeno una querela. Che non sia arrivata, a mio parere, non fa che dimostrare l'impunità di cui alcuni apparati statali si sentono portatori.

Il silenzio della vergogna
di Gianni Vattimo

Quelli che fra noi temono, con qualche buona ragione, che a forza di schierare truppe “di pace” accanto agli americani invasori in varie parti del mondo finiremo per divenire bersaglio di terroristi interni ed esterni, dovrebbero riflettere che queste deprecabili probabilità possono avere anche altre ragioni, meno direttamente legate alla politica atlantica. Il libro di Marco Rovelli dedicato alla presentazione di una sorta di mappa dei Centri di permanenza temporanea italiani (Cpt), con una serie toccante di racconti personali di coloro che vi sono stati o vi sono ancora reclusi, e di cui “L’espresso” si è occupato in una serie di celebri inchieste, è uno spaventoso documento di come un Paese democratico, liberale, persino overnato, anche, dalla sinistra, prepara al proprio interno le condizioni capaci di determinare ondate di indisciplina sociale di portata devastante. Ciò che stupisce ancora di più che i raccapriccianti documenti umani raccolti nel libro è il silenzio con il quale l’opinione pubblica lo ha finora accolto. Possibile che Rovelli non sia riuscito suscitare nemmeno una querela con facoltà di prova? Possibile che l’indifferenza pubblica e istituzionale a questi racconti non si sia finora smossa? Altro che cortei contro la base di Vicenza, qui siamo alla storia della colonna infame e alle basi stesse dello Stato di diritto. Ammesso che sappiamo ancora che cosa significa.

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