venerdì, 16 febbraio 2007

Recensire libri con un occhio solo.

 

Mi chiedo come leggano i libri, alcuni recensori. In particolare, mi appunto su quelli dell’Indice dei libri del mese. Forse leggono con un occhio solo, mentre con l’altro – quello destro, probabilmente – si dedicano alle cose serie. La domanda mi sovviene leggendo la recensione a Lager Italiani comparsa sulla rivista da cinque euro e cinquanta centesimi. (Non dovrei  contrattaccare sulle critiche a un libro scritto da me,  forse, ma credo sia giusto prendersi il diritto di replica).

Federico Trocini, fino ad oggi a me sconosciuto, inizia citando un brano dalla prefazione di Erri de Luca (“CPT: neanche il minimo coraggio di nominarli per quello che sono. Del resto i nazisti chiamavano distretto abitativo i ghetti in cui insaccavano le vite da distruggere. Dalle sbarre dei CPT scappare è un diritto”). Solo che non dice che si tratta di Erri, ma scrive: “In tal modo la denuncia di Marco Rovelli nei confronti dei Centri di permanenza temporanea giunge perfino a suggerire l’incauto paragone tra questi ultimi, allestiti per ospitare gli immigrati in attesa di essere rimpatriati, e i lager nazisti, predisposti per il lavoro coatto e per l’eliminazione di interi gruppi etnici”. Trattasi, aggiunge il Trocini, di una “surriscaldata forzatura”.

Ora, se il Trocini avesse utilizzato l’occhio buono per leggere Lager Italiani, avrebbe certamente evitato di usare la parola “ospitare” quanto agli immigrati, e soprattutto avrebbe saputo che non si suggeriva incautamente un paragone, né si aveva un lanciafiamme per piegare i fatti al nostro volere, ma – con tutte le cautele del caso – si riscontrava una matrice comune alle due esperienze, pur nell’abissale differenza delle materiali condizioni di vita degli internati. Cosa che ad esempio un internato ad Auschwitz come Aldo Pavia ha capito benissimo: Auschwitz e via Corelli sono due forme di campo, due momenti di una storia lunga e articolata, e dunque occorre com-prenderli insieme. In ambedue i casi sono – si capirà tra un istante perché dico questo – gli stessi meccanismi ad entrare in funzione, gli stessi dispositivi che appartengono strutturalmente alle nostre società occidentali. Anche Moni Ovadia (che al pari di Erri De Luca viene dimenticato dal recensore) lo ha capito benissimo, quando ha scritto che "i clandestini sono i nuovi ebrei".

Un giro su Internet in cerca di occorrenze trociniane produce stupefazione, e conferma definitivamente che il recensore di Lager Italiani ne ha letto solo la prefazione (per quanto non si sia accorto che l'autore ne è Erri De Luca) quando si apprende che da qualche parte ha scritto: «Dopo Auschwitz si è ormai consapevoli del fatto che gli stessi meccanismi sociali, politici e psicologici che hanno permesso tale frattura sono virtualmente insiti nelle strutture oggettive delle nostre società e possono quindi ripresentarsi, colpendo altre minoranze indifese: immigrati, neri, musulmani, omosessuali. Bisogna opporsi a ogni minima manifestazione di discriminazione, di intolleranza e di violenza razzista». Quale singolare caso di presbiopia. O forse bisognerebbe dire di schizofrenia?
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martedì, 13 febbraio 2007
Sul manifesto è apparsa oggi questa recensione di Lager Italiani ad opera di Marco Revelli. Annuncio che ne seguirà una di Valerio Evangelisti.

Lo stile italiano della segregazione.
di Marco Revelli

Appena una "e", cioé un nulla - una semplice vocale su dodici lettere -, mi distingue da Marco Rovelli. Per questo mi accade a volte che qualcuno mi attribuisca per errore  la paternità del suo libro, Lager italiani. Il che non mi dispiace affatto perché il suo è davvero un libro che avrei voluto scrivere. Un libro - come dire? - "giusto".
Intanto è un libro di storie. Questa è la sua forza. Tante vite che prendono la parola e si raccontano. Volti. Persone. Biografie che graffiano come lame.
C'è Alì, algerino. E Carlos, equadoregno («Il mio paese è terra libera… Qui, invece… tutta l'Italia è una galera»). E Abdelali, marocchino, che quando l'hanno messo nel Cpt stava già morendo, vomitava sangue e nessuno lo guardava («Sono un giudice, non un dottore…» disse il magistrato, magari uno che votava per l'"Italia dei valori"…) e alla fine ha avuto il suo permesso di soggiorno in ospedale, poco prima di spirare. E Jihad, nato in Palestina, vissuto in un campo profughi, 21 anni di galera a Rebibbia, che però dice: «Trovarmi in un Cpt è stata l'esperienza più traumatica di tutto il mio percorso di vita». E Samir, a cui hanno strappato il Corano. E Lilia, 30 anni, moldava, badante…
Vanno avanti per 185 pagine le loro parole, in lunga fila scura come i sentieri dei migranti. Se qualcuno si stupisce per il titolo, se quell'espressione "LAGER ITALIANI" gli sembra fuori luogo, in qualche modo blasfema - Erri De Luca li chiama "fogne della coscienza" -, si legga queste storie. Non necessariamente tutte. E neanche tutte di seguito. Le scelga anche in modo casuale, il risultato non cambia. Sono - tutte - storie di soprusi. Di violenza. Di umiliazione. Soprattutto di botte. Tante botte. Somministrate da uomini in divisa, protetti dalla Legge e dallo Stato, su corpi indifesi. Spogliati di tutto. Al grado zero dei diritti. Gente uscita da percorsi infernali, da odissee di pericolo e di paura. Vita nuda, senza neanche il fragile involucro della "cittadinanza" a proteggerla.
Ascoltate Carlos, per esempio, quando racconta del trasbordo da Genova a Bologna: «C'era il fascismo. I finestrini del pullman erano oscurati. Un marocchino ha aperto la finestra, un poliziotto gli ha gridato di chiuderla. "No", ha detto il marocchino. "Voglio vedere mia moglie e mio figlio2. Loro erano lì fuori, sotto il pullman, il bambino piangeva, gli portavano via il papà  e nessuno sapeva dove lo portavano. "Voglio vederli", implorava il marocchino. Allora lo hanno preso, gli hanno messo un braccio dietro la schiena, e hanno incominciato a picchiarlo con i manganelli. Un inferno. In quel momento era un inferno. E tutto per un documento».
E poi Alì, il suo racconto su cosa avvenne a Crotone, una mattina come le altre, dopo un tentativo di fuga: «…Entra di corsa un'altra guardia, è il capo, dà l'ordine, "picchiate, cazzo, fateli allontanare!". E' lui che dà l'esempio, afferra un ragazzo egiziano, avrà quindici anni, è lì che guarda, non è tra quelli che hanno provato a scappare, ma il capo è lì per dare l'esempio, lo sbatte per terra, due guardie lo tengono fermo, lui lo colpisce sul viso con un bastone di ferro, le due guardie fanno da contrappunto, obbedienti, i loro anfibi colpiscono il volto del ragazzo, ripetutamente, finché dal sangue non si vede più la faccia. Poi lo trascinano via. Sparisce. Nessuno le vedrà più». Nei giorni seguenti saranno riportati alla spicciolata al campo alcuni di quelli che erano riusciti a prendere il largo. Molti hanno sulle mani, delle bruciature. Altri segni scuri sul ventre: i segni delle scariche elettriche cui erano stati sottoposti al posto di polizia...
O, ancora, andatevi a leggere le pagine sul Cpt di Pantelleria, Italia, anno di grazia 2005: «I cessi, senza porte al centro del campo, sono ricoperti dalla melma. Non c'è angolo che non sia invaso dalla puzza. L'acqua arriva direttamente dal mare, e manca per diverse ore al giorno, così si suda e non ci si può lavare. C'è una bottiglia al giorno da bere, il cibo è scarso, dopo un'ora la fame ricomincia a strizzare lo stomaco». Leggetele, senza dimenticarvi che quei buchi neri della civiltà sono stati istituiti da una legge che porta le firme congiunte di Livia Turco e di Giorgio Napolitano. Tenetevele bene in mente, quelle storie, quando sentite le patinate parole che da uno studio Rai o dal più alto seggio della Repubblica, ministro e presidente ci rivolgono, le prediche sulle virtù civiche o sulla memoria della Shoà. Dalla distanza che separa quei linguaggi e quei racconti - il racconto che muove nell'alto dei cieli delle istituzioni, fatto anche da esponenti di un "governo amico", anche da amici essi stessi, e il racconto che muove nei territori infetti della realtà, nell'inferno dove le buone intenzioni ricadono sui corpi nudi, e tagliano e feriscono -; da quello scarto linguistico e semantico che pesa più di un confine fisico, di un deserto o di un oceano, potrete misurare l'abisso che ormai separa la politica dalla vita nuda. I luoghi (e i volti) del comando e i luoghi (e i corpi) su cui quel comando si scarica, cieco e ottuso nella sua violenza.
Lager italiani è stato presentato e discusso nell'edizione dello scorso autunno di "Torino spiritualità", e qualcuno si sarà certo chiesto - senza aver letto il libro - cosa c'entrasse una storia di corpi, e di nudità fisica, con le questioni dell'anima (con la "spiritualità", appunto). Lette le prime pagine si converrà, senza dubbio, che c'entra. Eccome, se c'entra! Perché ci dice, senza troppa teologia, come si possa perdere l'anima pur continuando a credersi "persone per bene". Come la si possa perdere individualmente, semplicemente passando di fronte a una cancellata col filo spinato e voltandosi dall'altra parte. E collettivamente, come "popolo" - si diceva così un tempo -, o come "sistema Paese", come la pessima neolingua contemporanea lo chiama, formulando e accettando una legislazione "concentrazionaria". Elaborando uno spazio nel quale la vita nuda diventa, in quanto tale, "cosa" di cui disporre per de-portarla, spezzarla, possederla o abbandonarla senza quel limite minimo del "rispetto" che - per effetto del "riconoscimento" - l'uomo dovrebbe all'uomo.
Non per niente nell'introduzione si parla di "buchi dello spirito": terre di nessuno dove il residuo rispetto di sé di un paese si perde. E Moni Ovadia, con tutta la sua autorità, ci parla, al proposito, del «nazismo che è in noi». Mentre Erri De Luca, nella Premessa, ci ammonisce che questa «è la nostra storia delle colonne infami». E che «un giorno dei figli chiederanno certo conto ai padri di quello che hanno lasciato fare, permesso, incoraggiato col silenzio».
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venerdì, 09 febbraio 2007
Valerio Magrelli ha scritto sul Corriere della Sera un articolo sulle morti sul lavoro, e parla dell'ultimo numero del maleppeggio e anche dell'articolo del sottoscritto. Lo riporto.

Quelle morti in fabbrica o cantiere. Ora gli scrittori danno voce alle vittime
di Valerio Magrelli

Si chiamano "morti bianche", ma spesso hanno a che fare con il lavoro  nero, anzi nerissimo. Questa definizione sta a indicare come in Italia, negli ultimi anni, centinaia di operai siano rimasti feriti o abbiano
perso la vita a causa della loro professione. Per denunciare un simile fenomeno, alimentato dalle ondate migratorie, giovedì 15 febbraio il mensile "Il maleppeggio" ha organizzato, presso la Casa delle Letterature di piazza dell´Orologio, una lettura-maratona tesa a denunciare condizioni di vita disperate. Il tutto, mentre la Fondazione "Corriere della Sera" ha allestito a Milano, presso la Sala Buzzati, tre incontri, intitolati "Italia. Una repubblica fondata sul lavoro" e dedicati al "Lavoro rosa" (6 febbraio), "Lavoro avaro" (13 febbraio) e "Lavoro debole" (20 febbraio). La coincidenza è significativa, poiché ambedue le manifestazioni mirano ad attirare l´attenzione su una vera e propria piaga sociale. Resta però una differenza: mentre a Milano gli invitati sono studiosi e sociologi, a Roma interverranno scrittori quali Antonella Anedda, Elisabetta Rasy, Domenico Starnone, Lidia Ravera, Giosuè Calaciura, Igiaba Scego, Mario Desiati, Aldo Nove, Stefano Tassinari, Antonio Pascale, Marco Lodoli, Mauro Covacich, Elena Stancanelli, Carola Susani e Alessandro Langiu.
L´ultimo numero del "Maleppeggio" ha infatti ospitato interviste e reportage, tra cui l´amaro diario di Andrea Cisi e un racconto in cui Marco Rovelli svela realtà di asservimento e orrore. D´altronde, proprio "L´orrore economico" (un´espressione tratta da Rimbaud) si intitolava un fortunato pamphlet sul tema del precariato uscito in Francia qualche tempo fa.
Diversa la scelta stilistica di Christian Raimo, che sorprende il lettore con un testo ipnotico e percussivo. Operando una riscrittura del sermone evangelico, le riflessioni sulle "morti bianche" e il "Discorso della Montagna" si intrecciano nella litania "La Montagna bianca". Ma ecco il brano iniziale: "Beati quelli che precipitano dal tetto di un capannone che cede all´improvviso, beati quelli che vengono schiacciati dal carrellino elevatore che stavano guidando, beati coloro che vengono investiti da frane di materiale edilizio nei cantieri abusivi, beati coloro che vengono trascinati e stritolati dai nastri trasportatori, beati i camionisti che rimangono ustionati mentre controllano l´olio, beati coloro che scendono nei pozzi per lo scarico delle acque reflue e soffocano a causa delle esalazioni tossiche, beati i soffocati da un incendio improvviso in una fabbrica-garage di materassi, beati i bruciati vivi, beati gli affogati in una tramoggia di olio di sansa, beati quelli che non entrano nelle statistiche perché muoiono per incidenti stradali avvenuti per la stanchezza conseguente al lavoro appena finito, beate le vittime di esposizioni ad agenti cancerogeni e tossici". Difficile rendere meglio il senso di pericolo e abbandono che segna tante esistenze nel nostro paese. Né è un caso che un argomento così tragico abbia sollevato l´interesse di molti narratori. Basti citare il premio Nobel portoghese José Saramago, il quale, parlando del suo libro "La Caverna", ha dichiarato: "E´ un romanzo sulla paura: non solo sull'insicurezza crescente nelle grandi città, ma sulla paura di perdere il posto di lavoro". Il fenomeno delle morti bianche si lega appunto a questo profondo sgomento, che suona addirittura paradossale, quando il mestiere da difendere viene pagato a prezzo della vita.
Davanti al dilagare di un mercato senza più freni, resta perciò importante ricordare come, oltre il profitto, esista una dignità che ogni stato democratico ha il compito imprescindibile di difendere. Ha scritto sul "Maleppeggio" Alessandra Tibaldi, Assessore al Lavoro, Pari opportunità, Politiche giovanili della Regione Lazio: "Abitiamo case, consumiamo prodotti dell´agricoltura, prodotti industriali che spesso nei loro processi sono macchiati dal sangue di lavoratori e lavoratrici. Allora andare a lavoro è come andare in guerra? Si può morire per un diritto costituzionalmente garantito?" Queste domande attendono ancora una risposta.
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lunedì, 05 febbraio 2007

La giornata è quando si vede il sole.

E' il titolo di un mio racconto della vita esemplare di un lavoratore migrante apparso sul numero di febbraio de ilmaleppeggio, e ripubblicato su Nazione Indiana.

postato da: MarcoRovelli alle ore 17:31 | Permalink | commenti
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