giovedì, 30 novembre 2006
Vite minori.

Quando sale in macchina, al posto di guida, Thomas entra rinculando, appoggia il sedere sul sedile e tira dentro le gambe. Allora te ne accorgi. Te ne accorgi anche quando deve superare un dislivello, come quando ha sceso il gradino per entrare nel basso dove mi ha portato a mangiare, una stanza arredata solo di tavoli e sedie di plastica dove una coppia di ghanesi ha messo in piedi una specie di “trattoria”, chiamiamola così, dove il piatto unico è riso con carne, e dove incontri quei ragazzi che lavorano nelle fabbriche, che perdono il lavoro e diventano clandestini, che offrono le braccia per la raccolta delle patate (magari, pensi, per una strana costellazione proprio quella patata che stai mangiando con il riso mentre lui ti racconta il suo “viaggio in Italia”).Allora, dicevo, quando Thomas deve superare un dislivello si mostra la rigidità delle sue gambe, è il corpo tutto intero a dover operare quella torsione che normalmente sarebbe in capo al ginocchio. Gli è che le gambe di Thomas sono posticce, due organi artificiali che gli sono stati impiantati dopo che un’auto rottamata gli è caduta addosso mentre lavorava e gli ha schiacciato le gambe quelle vere, quelle che si era portato dietro dalla Liberia e che gli avevano reso un ottimo servizio facendogli attraversare Monrovia in fiamme e la foresta, un mese di foresta, verso la Costa d’Avorio. Un incidente sul lavoro, un incidente letale, uno dei tanti. Era in regola, ché gli avevano dato il permesso umanitario. Aveva trovato un contratto annuale, da uno sfascino. Attaccava a lavorare alle sette del mattino e andava avanti fino alle sette di sera, con un’ora sola di pausa, dall’una alle due. Faceva tutto, camionista, gruista, meccanico. Ma uno come Thomas non può permettersi di rifiutare orari né mansioni. Le norme di sicurezza, là dentro, erano troppo poche. Prima di lui altre tre persone avevano avuto un incidente grave. Il padrone non faceva manutenzione adeguata, per risparmiare. La gru non funzionava bene, lo sapevano tutti, ma il padrone non voleva comprare pezzi nuovi. Thomas era andato a controllare che nel bagagliaio della macchina non ci fosse una bombola di gas, ché stavano per compattarla e le bombole vanno tolte. La macchina è scivolata, e Thomas c’è rimasto sotto con tutte e due le gambe. Adesso gli hanno sostituito il permesso di soggiorno: non più quello umanitario, ma quello per motivi di salute.
Thomas ha dovuto smettere di fare kickboxing, ché lui era un maestro di quello sport, e per questo era conosciuto e rispettato in tutta la comunità africana di Palermo, così come lo era a Monrovia. Lo è ancora, peraltro, conosciuto e rispettato. E’ un uomo buono, così mi dice il ragazzo ghanese nel basso che fa da trattoria. Alto, possente, una bandana sempre sulla testa, il taglio degli occhi che si aprono come fessure sul volto scurissimo, Thomas is a real good man.
Ho un problema, mi aveva detto al telefono qualche giorno prima. There is my sister in the CPT. A Ragusa. Cosa possiamo fare? Non sapevo che Thomas avesse una sorella qui. Si chiama Mercy, dice Thomas, E’ nigeriana. Nigeriana e sorella di Thomas sono due attributi che non riesco a far consistere. No, dice Thomas, Non è proprio mia sorella, she’s my christian sister, sorella di fede. Thomas, lo scopro adesso, è pentecostale, e appartiene alla comunità pentecostale degli africani palermitani.
Come fare, mi dice. Chiamo Filippo, l’avvocato di Catania del collettivo migranti. Un amico, un compagno. Le due cose stanno insieme, condividono il medesimo limite, lo sono. Digli che Mercy mi nomini come suo avvocato. La nomination, per un migrante che sta nel CPT, non è l’espulsione dalla casa del Grande Fratello, o da un reality-show qualsiasi. Come si conviene a una reality occultata nell’invisibilità, le cose qui stanno a rovescio, e la nomination di un avvocato come Filippo può essere la chance per evitarla, l’espulsione.
Ci vediamo vicino alla stazione, come le altre volte mi viene a prendere lì, e subito risuona la risata consona al suo corpo, davvero quella risata è consonante, il corpo è come una grande cassa di risonanza, e risuona presenza. Appeso allo specchietto retrovisore c’è un peluche nuovo, Si vede che il bimbo è nato! Thomas ride ancora, e mi mostra sul cellulare la foto del piccolo Godwin. Sì, è Dio che lo ha voluto, mi dice. L’altro figlio ha tre anni, ma è restato in Africa, con la madre, e Thomas non è più riuscito a vederlo, da quando è stato costretto a scappare all’improvviso da Monrovia in fiamme che il figlio era appena nato. Adesso c’è Godwin. Non capisco perché non dev’essere cittadino italiano, dice Thomas. In Francia non è così, se nasci lì diventi cittadino francese, qui invece no, non capisco. Non lo capisco neppure io, Thomas.
Andiamo a bere una birra in un basso che fa da bar per gli eritrei palermitani. Scendi quattro gradini, e trovi i soliti tavoli di plastica. In più qui c’è una tv sintonizzata sul canale eritreo, una mensola con un paio di bottiglie di whisky vuote, e alle pareti poster del paese. Uno è un ritratto di Hailé Selassié, con una frase stampata accanto al suo augusto profilo: “In verità non esiste ragione talmente legittima da giustificare una guerra”. Qui sono quasi tutti disertori, scappano dalla mobilitazione permanente contro il fantasma etiopico, e questa critica è la più radicale che abbia visto. Mangiamo injera e zighinì, e parliamo dell’Eritrea, del suo stalinismo riveduto e corretto. Un ragazzo ha dei capelli XXX, Hai la faccia da musicista, gli dico.Ad Asmara facevo il dj, risponde, Adesso sono appena tornato dalla raccolta dei carciofi, venti euro al giorno, si dormiva dove capitava. Non c’è più musica per far danzare la vita, si vorrebbe dire con Céline, ma in questo bar la musica è alta, qui le cose devono essere normali. Un brindisi al futuro.
Mercy è ancora nel CPT, mi dice Thomas dopo che siamo usciti. E mi racconta di lei. E’ arrivata dalla Nigeria pagando un sacco di soldi il debito va pagato, e il creditore ha il diritto di pretendere oltre ai soldi anche il modo in cui vanno guadagnati, quello è il suo interesse, il suo interesse è che Mercy faccia la buttana, così mi dice Thomas, buttana, lui voleva che Mercy facesse la buttana. Quello è un uomo da buttare, dice Thomas, senza essere sfiorato dall’assonanza, senza voler fare nessun gioco di parole. Ma Mercy non ci sta all’interesse del suo creditore, Io la buttana non la faccio, vaffanculo. Così il creditore, che conosce la legge, chiama la polizia. Mercy è clandestina, e il suo posto, se non è sulla strada, dev’essere in un CPT. L’aveva minacciata più d’una volta, e alla fine è passato all’azione, visto che lei si era andata a cercare dei fratelli in Cristo che la aiutavano. La legge è intervenuta, e ha fatto il suo dovere. Mercy è stata rinchiusa nel brutto edificio di via Colajanni, nel CPT che pochi giorni prima la commissione governativa che ispeziona i centri ha giudicato inadeguato. Forse verrà chiuso, almeno questo. Mercy, però, ha il tempo di vederlo. Anche se ne uscirà, deo gratias, in suolo italiano, visto che la comunità che le sta intorno le ha dato un avvocato accorto, che le ha fatto richiedere l’articolo 18, quello che consente alle donne sfruttate di ottenere un permesso di soggiorno se denunciano il loro sfruttatore. Fortunata, Mercy. Ancora una volta mi accade di raccontare di persone fortunate. Perché per molte ragazze come Mercy non è stato possibile richiedere protezione. Per mancanza di informazione. E’ successo anche a Thomas, del resto, di non essere informato. Nessuno gli ha detto che avrebbe potuto fare ricorso contro il rifiuto della sua richiesta di ottenere lo status di rifugiato. In questo mondo, di informazione, poca o troppa che sia, si muore.
Thomas mi saluta, Vado al mio call-center. Scopro anche questo oggi, che Thomas ha messo su un call-center, perché per chi è costretto ai lavori neri le reti sono tutto, e per adesso nessuno ha pensato di controllare le telefonate in partenza per i paesi dei clandestini, fino a quando non accadrà conviene tenerle tese.

(Pubblicato su Nazione Indiana)
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domenica, 26 novembre 2006
Per esempio.

Oggi, per esempio. C'è una ragazza senegalese, a Catania. Sta per partorire. Abita a Catania da anni, con il padre del suo figlio venturo. Abitava, anzi, perché il suo uomo, il mese scorso, glielo hanno rapito. Lo hanno portato in un CPT e mandato in Senegal. Era stato condannato per vendita di merce contraffatta, era uno dei tanti ambulanti con licenza, è anche questa una storia ordinaria. Ma in virtù di quella condanna lui non si è mai potuto regolarizzare. Ha vissuto per anni in Italia con la sua donna, facendosi una vita, a forza di stringere i denti. Ora lo hanno separato dalla famiglia, per dicei anni non può tornare in Italia, a meno di non farsi deserto e mare, un altro progetto di vita andato in fumo, altre vite spezzate.
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venerdì, 17 novembre 2006

A volontà.

 

Domani sono a Siracusa, per un convegno sul volontariato. Dirò anzitutto di come, all’interrogazione parlamentare sulle vicende avvenute a Caltanissetta (le fughe favorite dagli operatori sociali della cooperativa Albatros, emanazione della Croce Rossa – di cui ho già scritto anche qui), Rutelli abbia tenuto a precisare: “non bisogna dimenticare che gli enti gestori sono associazioni di volontariato”. Come se questo potesse mettere al riparo, a prescindere, l’operato in questione. Come se il senso politico, e nella fattispecie il senso giudiziario, del loro agire non dovesse essere valutato nel merito. Come se, soprattutto, ci fosse una presunzione di innocenza. La presunzione che sia davvero volontariato, quello, nascondendo il fatto che si tratta in realtà di un business miliardario, di una vera e propria forma di assistenzialismo sulle spalle dei migranti. No, quello non è volontariato. Ho provato allora a scrivere, sulla scorta delle riflessioni di Roberto Esposito, che cosa è davvero (dovrebbe essere) il volontariato.

 

Se tante persone fanno oggi volontariato, ciò è perché la dimensione politica non basta, e non può, costitutivamente, bastare. Ciò è perché il volontariato ha a che fare direttamente con la dimensione profonda della comunità. Perché, facendo volontariato, si obbedisce a un istinto che ci mette a contatto con la natura più profonda dell’essere umano. L’istinto dell’essere-in-comune, ovvero l’istinto del dono, della perdita.

La sfera strettamente politica non può, costitutivamente, andare oltre la modalità della contrattazione: in essa si dialoga da identità acquisite, definite, si parte da rappresentazioni già date, si è già immessi in un ruolo. Nella sfera istituzionale, in questo senso, non può darsi alcuna comunità. Quando questo è accaduto, o accade, è allora che accade anche il totalitarismo. Nella sfera istituzionale non può darsi alcuna comunità perché la comunità – cum-munus, messa in comune dei doni, come fa rilevare Esposito -– la comunità è dono, ma un dono necessario, sentito come necessario, in quanto l’uomo si comprende come im-proprio: l’uomo comprende di non appartenere in se stesso, ma di essere un nodo in una rete. L’uomo è una creatura, ciò si dice in un linguaggio religioso. Nella sfera politica del liberalismo moderno l’uomo è invece pensato originariamente come individuo, “assolutamente proprietario di se stesso” (e nel giusnaturalismo di Locke, allora, il diritto di proprietà è conseguentemente pensato come diritto naturale). Nella comunità, invece, l’uomo è “essere-con”, è originariamente appartenente a una dimensione sociale che lo precede e lo fonda (ma – e qui sta la differenza con il totalitarismo di cui si diceva – non può farne a meno). Il dono, allora, che spesso fonda l’agire del volontariato, è quella comprensione di questo originario “essere-con”, è comprensione del fatto che siamo gettati in un mondo che ci precede, che abitiamo un linguaggio e un mondo che ci trascendono.

Si comprende allora come la comunità – la dimensione del dono, di ciò che non ha misura, di ciò che eccede ogni dimensione del dare-avere, del calcolo, del guadagno, ma che ha a che fare piuttosto con la perdita – la comunità non possa aver luogo in una dimensione “istituzionale” (dove si dialoga a partire da identità acquisite, dove ci si rappresenta in ruoli definiti), ma possa aver luogo più facilmente in situazioni estreme, quando le identità si spezzano, quando si è messi in gioco radicalmente, alla radice, quando si affrontano i limiti della vita e della morte: quando si vive insomma – per dirla con Bataille – “all’altezza della morte”. “Quando cresce il pericolo aumenta pure tutto ciò che salva” – così, del resto, scrisse Holderlin.

Insomma: la comunità è dono, e il dono sfugge a ogni logica economica, produttiva. Essa include la perdita: il suo agire non può essere redditizio. E’ altra cosa dall’economia, la quale invece ha a che fare con la proprietà, con l’appropriazione. (E qui si torna - ancora - a Bataille, alla sua dépense).

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categoria:volontariato
martedì, 07 novembre 2006

IL TEMPO DELLE STORIE E UN GRIDO DI BATTAGLIA

nota in margine a Lager Italiani

Mi chiedono, i compagni del Germinal, di raccontare la genesi del libro Lager Italiani. Di raccontarne, meglio, l’esperienza "poietica" – dove un libro non è solo un libro, ma prima di tutto un’esperienza di vita, una prassi, una soglia della propria forma di vita. Ogni libro è questo, in verità, un’apertura di mondo, una riflessione del mondo. Però un libro come Lager Italiani lo è consapevolmente, e vorrebbe esserlo più intensivamente. Lager Italiani raccoglie storie migranti, tracce di storie disperse, cui ha la pretesa di ridare voce e senso. Storie smembrate, fatte a pezzi da percorsi sotterranei, invisibili, "clandestini". Si tratta, allora, di portarle alla luce, alla voce. Di dispiegarle in un senso. Di restituire alla vita storie cancellate: che la permanenza temporanea nei lager/CPT ha inteso annullare.

In un CPT sei una persona annullata, così mi disse Jihad. Jihad è palestinese, è cresciuto in un campo profughi, in Italia si è fatto ventitré anni di galera, e quando è uscito lo hanno portato in un CPT: e il CPT, ha detto, "è stata l’esperienza forse più traumatica della mia vita". In un CPT sei una persona annullata: Jihad – con la sua forte capacità di elaborazione delle proprie esperienze – ha saputo vedere come il CPT sia un luogo dove la sospensione del diritto (che lo qualifica come "campo" nella riflessione teoretica di Agamben, sulla scorta di Hannah Arendt) si converte immediatamente nella sospensione delle esistenze che vi sono detenute, nella sospensione del loro senso. Jihad non ha letto Agamben ma ha saputo vedere quelle cose. Il CPT annulla persone, ne annulla l’essenza di uomini, se è vero che il senso dell’essere umano si dà nella possibilità di narrare – a sé, al mondo – la propria storia. Il CPT è un gorgo tritatutto, dove ogni dimensione temporale scompare, dove vige un terribile, eterno presente. Non c’è più passato, il passato appare come un enorme cumulo di macerie, un itinerario faticoso che non ha portato a niente. Non c’è più avvenire, ogni progetto di vita è reso impossibile: chi si porta addosso lo stigma della clandestinità vive come un animale braccato, sempre all’erta, con un orizzonte temporale brevissimo, quasi istantaneo, con la paura addosso, la paura di poter essere preso e rimpatriato – deportato. Resta solo un presente assolutamente vuoto, in un limbo dove non si hanno più diritti. Allora, narrare la propria storia ripartendo da quel gorgo significa poter ridare un senso alla propria storia, restituirla alla temporalità, ridare dignità umana a sé in quanto persona. Narrare, allora, appare come una possibilità privilegiata di salvare quel passato di macerie (l’Angelus novus di Klee-Benjamin non può che far questo, in fine: narrare, e narrando salvare).

E questa narrazione di storie può restituire dignità anche al lettore che non sa, nella misura in cui apre gli occhi e li sprofonda in quel vuoto dispiegato. Ecco allora il libro come prassi: Lager Italiani grida, è un grido che vuole scuotere, e chi è scosso non può che agire, deve agire, chi incontra quelle storie non può restare indifferente, deve gridare a sua volta, contagiare altri così come è stato contagiato, e gridando dire no, ma dirlo con il corpo, con la sua azione, con la sua pratica, agire per resistere, lottare per cambiare, Lager Italiani è un grido di battaglia.

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categoria:storie, narrazione
venerdì, 03 novembre 2006

Una lettera.

Insegno Italiano e Storia presso il liceo Artistico di Palazzolo Acreide, un paesino a 45 km da Siracusa. Ho fatto leggere le storie che sono racchiuse nel suo libro alla mia classe, la V A,  perché sono convinto che un insegnante deve,  oltre a svolgere i programmi ministeriali, tentare di squarciare il velo di sovrabbondanza di informazione  che fa di tutto per non informare. Cassibile è un paese vicino, molto vicino da dove insegno, eppure tutto quello che è successo da noi non ha fatto molto “scruscio” (rumore), non come calciopoli; In fondo sono sempre le solite storie di ordine pubblico con  tutti  questi ragazzi di colore che si ubriacano e disturbano gli abitanti del posto…….…..ma tutta questa retorica lei la conosce molto meglio di me. Ogni tanto mi imbatto in dei libri coraggiosi, mi viene in mente oltre al suo quello di Ettore Mo “I Dimenticati”, che mi aiutano a svolgere con passione il mio lavoro.
Leggo in classe un libro come il suo perchè mi piace osservare le facce dei miei studenti,  facce incredule ma desiderose di apprendere una realtà totalmente diversa da quella accomodante che gli propinano i mezzi di comunicazione. Con l’aiuto di questi libri si può  parlare di diritti violati, di dignità,  per restituire un volto, che si allontani dall’involgarimento da telegiornale, a tutti quei ragazzi stipati dentro un barcone, magari prendendo in prestito le parole di un poeta, Léo Ferrè: “Hai gli occhi del mare e il muso di una barca (…)/ Tua madre ti ha trapunto sulla faccia da vecchio cane/ due brillanti che metti quando imbarchi il tuo destino”.
Un abbraccio
Giuseppe Scalora
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