venerdì, 27 ottobre 2006

A via Corelli.

Il 28 ottobre è una triste ricorrenza. Ma è possibile compiere un gesto recisamente antifascista, unendosi alla manifestazione contro i CPT indetta a Milano, proprio davanti a via Corelli. Io ci sarò, insieme al mio amico Alì Mimoun El Barouni, attore della Compagnia della Fortezza. Canterò un po' di canzoni che raccontano le emigrazioni, e Alì leggerà brani da Lager Italiani. Sul palco, prima o dopo, ci saranno anche Les Ambassadeurs, gruppo rap senegalese. Fossi in voi non mancherei... PS: Alle 15!... 

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giovedì, 26 ottobre 2006

Dopo la denuncia: «Portateci via»
Asilanti eritrei Hanno raccontato le ingiustizie subìte. Ora si sentono abbandonati

Marco Rovelli - Agrigento

Hanno denunciato tramite il giornale La Repubblica quanto hanno visto - fughe organizzate dai lavoratori nordafricani del centro - e subìto discriminazioni basate sul colore più scuro della pelle nel centro di identificazione di Caltanissetta. A lungo spacciato, con la sua propaggine del contiguo cpt, come un'isola felice nella costellazione dei centri di detenzione italiani per migranti. Adesso gli undici ragazzi eritrei, somali e sudanesi si sentono accusati, messi sotto pressione, specie dopo essere stati fermati sabato per strada da agenti in borghese. Si sentono in terra nemica, abbandonati dalle istituzioni, da chi dovrebbe invece ringraziarli per il loro esemplare coraggio.
Nella riunione quotidiana sulle panchine del piccolo giardino pubblico nel centro di Agrigento, ieri pomeriggio erano solo in otto. Gli altri tre erano rimasti al centro. «Sono senza speranza», dice uno, «Hopeless. Non possiamo e non vogliamo più combattere. Vogliamo solo sopravvivere». M., con la sua pacata ma recisa forza d'animo, interviene a rincuorare: «Bisogna essere forti - dice - Non possiamo cedere adesso».
Otto eritrei, due somali e un sudanese, in fuga dalla guerra e dalle persecuzioni, che fino ad ora non si sono fatti soverchiare dal mare di sventure. Saluti I. alla mattina. Se gli chiedi come ha dormito, ti risponde: «Non è facile dormire la notte quando hai visto uccidere tuo fratello davanti agli occhi». Poi guarda il mare davanti al centro di accoglienza e dice: «Siamo stati trentasei ore a galla là in mezzo, tra grida, miraggi e ultime parole». Parli con M. della sua fuga dall'Eritrea, e lui ti mostra i segni inequivocabili delle torture: «Sono stato incaprettato, dice, E mi hanno appeso al cannone di un carro armato». Eppure la Commissione, a Caltanissetta, non ha concesso a M. lo status di rifugiato. M. usufruisce solo di un permesso umanitario, che scadrà tra undici mesi. «Mi hanno ascoltato giusto cinque minuti, distrattamente, e non hanno nemmeno trascritto tutta la storia». Sono storie dolorose, e lo squallore, le carenze del centro Acuarinto che li ospita, davanti a quel mare di naufragio, acuisce quel dolore. Loro vogliono andarsene da quel centro dove agli «ospiti» non viene neppure fornito un pranzo e alla sera si devono accontentare di panini confezionati. E dove l'unica attività prevista sono le lezioni di italiano tenute da una polacca.
Vogliono andarsene, ma non sanno se e quando potranno. Laura Boldrini, portavoce dell'Acnur, spiega: «Abbiamo sollevato l'istanza di trasferimento con il Servizio Centrale, questo è quanto rientra nelle nostre competenze. Andiamo dicendo da tempo che bisognerebbe riportare al centro del dibattito il capo 2 (il diritto di asilo, ndr) della Bossi-Fini. Ma non mi pare ci siano grandi reazioni politiche. Questa potrebbe essere invece un'opportunità per fare una riflessione seria». Il direttore del Programma Nazionale Asilo, Nadar Petrovic, cui compete materialmente la questione di un rapido trasferimento in un centro più decente, è ottimista. «Ci siamo mossi prima della rilevanza mediatica data al caso, dietro una segnalazione specifica, e abbiamo ritenuto che i soggetti in questione, considerate le loro storie venissero ospitati in centri dove i loro traumi vengano affrontati adeguatamente. Stiamo lavorando perché entro la settimana vengano trasferiti».

(il manifesto, 24/10/2006)

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lunedì, 23 ottobre 2006

Quando il libro che hai scritto produce un riscontro, non puoi che essere felice, perché è come se la tua scrittura avesse fecondato altre scritture, prodotto nuovi sensi e nuove pratiche. Ma ci sono certe letture che danno una soddisfazione particolare. Come questa che riproduco di seguito, che mi ha davvero commosso. E' una segnalazione uscita sul numero di ottobre del Triangolo Rosso, giornale a cura dell'Aned (associazione nazionale ex deportati politici) e della Fondazione Memoria della Deportazione. Mario Pavia, che l'orrore dei lager nazisti ha vissuto sulla propria pelle, essendo stato deportato ad Auschwitz quando aveva cinque anni, ha colto compiutamente il senso del libro. E del suo titolo. Per questo lo voglio ringraziare pubblicamente, e va da sé che mi rendo disponibile a qualsiasi iniziativa voglia mettere in atto.

Sono sempre più convinto che la memoria sia, oggi più di ieri , uno degli aspetto fondamentali della conoscenza, senza la quale noi tutti e le nostre società si troverebbero a vivere, e rivivere drammi e tragedie che la nostra speranza vorrebbe definitivamente relegate
ai ricordi del passato.
La memoria come esercizio di continua verifica del presente e come timone per le scelte del futuro. Come garanzia costante di quel Mai più, giuramento di ieri e impegno di sempre. Se così è - e credo che così sia e debba essere - mi pongo allora una domanda, forse retorica. Ma me la pongo. È sufficiente, può bastare a noi, all’Aned la meritoria ed indefessa opera di testimonianza? Può bastare il ricordo della deportazione, dell’annientamento e dello sterminio da oltre mezzo secolo portata ai giovani e ai non più tali, senza che questa sia contestualizzata, senza che sia legata ad un impegno di azione identificabile in un obiettivo? Non voglio qui e scorrettamente affermare che ciò non sia mai stato fatto, che l’impegno dell’Aned sia stato carente, che la nostra Associazione ed i suoi componenti abbiano latitato da impegni culturali, politici e sociali. Sarebbe affermare il falso. Tuttavia, personalmente sento che oggi, e sarebbe umanamente comprensibile, noi ci si sia un poco adagiati sull’impegno della testimonianza, quasi questa fosse fine a se stessa. Mi piacerebbe che, soprattutto alle generazioni più giovani che si trovano ad affrontare società molto complesse, strade irte di difficoltà e ostacoli, percorsi confusi con alti rischi di imprevedibilità e di amare sorprese, noi indicassimo un tema di impegno sul quale esercitare la memoria che con loro costruiamo giorno per giorno. Un tema che traduca le nostre parole in atti concreti, in volontà manifesta. Ne voglio qui suggerire uno.
Lo spunto mi viene dato dalla pubblicazione di un libro di Marco Rovelli, dal titolo Lager Italiani. Non si tratta di una nuova pubblicazione che parla di Ferramonti o di Sforzacosta o di Anghiari. Parla, con estrema lucidità e senza alcuna concessione alla benché minima autoassoluzione, dei Cpt, dei Centri di permanenza temporanea. Letta così questa sigla e queste parole sembrano gentili, tranquillizzanti, pienamente accettabili.
Ma, e anche per questo serve la memoria, i nazisti non chiamavano wohnungsbezirk (distretto abitativo, tranquilla e tranquillizzante definizione amministrativa ) I ghetti, della cui infamia non si perderà mai il ricordo e la conoscenza?
Ma non era così allora e non è così oggi per i Cpt. Non luoghi tranquilli, non luoghi sereni. Tutt’altro e ben altro! E che altro siano lo dimostra il quasi comune e generale silenzio intorno alle loro realtà, alle inaccettabili vicende quotidiane. Un silenzio che potremmo definire bipartisan, rotto solo da poche voci coraggiose, da poche voci che ben altro e maggiore ascolto dovrebbero riscuotere. Il nostro ascolto ed il nostro sostanziale appoggio, ad esempio. Perché i Cpt sono veri e propri lager. Diversi e uguali a quelli che abbiamo conosciuto. Sarebbe in questa sede lungo tracciare le diversità, che pur ci sono. Sono gli aspetti di identità – non pochi – che colpiscono e ci devono seriamente preoccupare e indignare. Marco Rovelli ci porta la voce, la testimonianza diretta di quale sia la tragica realtà dei Cpt. Ache situazioni ci abbia portato la tanto conclamata legge Bossi-Fini, vantata come esempio di avanzata democrazia.
Sono parole pesanti, disperate, voci che denunciano un tradimento ma anche una accorata volontà di speranza. Voci che ci portano tanti anni indietro e alle quali non si può rispondere con l’appellarci alla solita e falsa definizione di “italiani, brava gente”.
Vorrei proporvi citazioni delle testimonianze e delle storie umane che il libro raccoglie e propone. Ritengo tuttavia che non riuscirebbero a dare che una minima rappresentazione dell’orrore dei Cpt.
Vi invito a leggere il libro, invito che estendo ai nostri rappresentanti nazionali con la speranza che, trovandosi d’accordo con me, indichino come impegno dell’Aned l’aiuto possibile a chi si sta prodigando perché la realtà dei Cpt venga a modificarsi sostanzialmente, cancellando una profonda vergogna del nostro Paese. Facendone un impegno primario, caratterizzante. E su questo impegno chiamare quanti ci sono vicini, quanti hanno fatto dei nostri ricordi la loro memoria.
Per concludere quello che è certamente il mio personale appello alla mobilitazione, voglio citare un brano della postfazione di Moni Ovadia: «La Bossi-Fini ha dato il la alla fascistizzazione dei
Cpt.[...] Dopo Auschwitz, dopo i Gulag, nessuno può essere assolto per aver girato la faccia al fine di non vedere e di non sapere. Il clandestino è l’ebreo di oggi. Egli è ridotto a “sotto uomo” prima dalla sinistra cultura retorica “sicuritaria”, poi da una legge fascista che lo dichiara criminale per il solo fatto di essere ciò che è, un essere umano che ha fame e cerca futuro per sé e per I suoi cari e che per questo viene privato di qualsivoglia status, sottoposto alla violenza della reclusione, sottratto alle tutele minime che spettano a un essere umano per diritto di nascita. Una volta sepolto in uno spazio di eccezione, il clandestino è alla mercé di arbitrii, percosse, torture, privazioni, abusi sessuali.»
Credo che per noi, superstiti dei lager nazisti e per i familiari degli assassinati, queste siano parole sufficienti per esprimere il nostro deciso, chiaro: NO.
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martedì, 10 ottobre 2006

Bugiarderie.

Ho fatto una conferenza all'Università di Venezia, all'interno del corso di Storia del Vicino Oriente. Al termine, un ragazzo piuttosto cresciuto (lo avevo notato nel corso della conferenza, aveva un ghigno sulla faccia tra il beffardo e il disprezzante) mi ha detto, Dunque, nelle note di copertina è scritto che lei è un anarchico... Non mi pare, ho detto, Legga bene, è scritto che canto ne Les Anarchistes, non che abbia bisogno di negare, ma non c'è scritto. (Io mi ritengo libero, ed eventualmente libertario: la definizione di "anarchico", sinceramente, già mi sta stretta - come ogni de/finizione). Insomma cercava di mettere in atto una scontata strategia di delegittimazione. Dopodiché, Ma insomma, nel suo libro ci sono tanti poliziotti cattivi, eppure io ne conosco di buoni, danno perfino da mangiare agli immigrati. E le fonti, dice, Le fonti come le ha controllate? Nel suo libro non compaiono fonti. Eppure il giovane cresciuto aveva detto di aver letto il libro, invece non sa dei rapporti di Amnesty international e di Medici Senza Frontiere, che pure sono citati perfino nella quarta di copertina... Evidentemente aveva letto solo - e male - le note biografiche. E poi dico, Guardi, io ho raccolto più di trenta storie, tutti mi hanno raccontato certe cose, vuole dire forse che gli arabi sono tutti mentitori? (Del resto siamo a un corso di storia del Vicino Oriente, e qui l'orientalismo di Said dev'essere ben conosciuto...). E poi, guardi, crede che sarebbe possibile comprendere certe questioni se ci si dovesse unicamente appoggiare alle autorità? Se qualcuno avesse denunciato che cosa accadeva a Dachau nel '36 che cosa gli avrebbero risposto quelli come lei? "E le fonti dove sono?" Ma non contento aggiunge, Sì, ma insomma, possibile che non fanno denuncia questi immigrati? Sa, gli dico, Non è così facile per un migrante costretto alla clandestinità. Anche perchè se un "clandestino" fa denuncia, per prima cosa viene rimpatriato. Non credo, dice il giovane cresciuto. Guardi, è così, glielo dico io, ma forse lei non mi crede, vuole forse dire che anch'io sono come gli arabi?

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lunedì, 02 ottobre 2006

Amado mio.

Come diceva Andreotti? A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Dictum factum. Amato si è prdotto in acrobazie verbali, vertiginose traiettorie e fumisterie visionarie che potevano pure sembrare innovative, lì per lì. Poi è intervenuto il nazialleato Mantovano, il quale ha mostrato a tutti che il re è nudo: altro che Amato-Ferrero, ha detto, qui siamo alla Bossi-Fini-Amato. Già. L'impianto rimane intoccato. E non vi è traccia degli appigli che il famoso programma ulivastro produceva. Il visto per ricerca lavoro - strumento previsto per superare il meccanismo finzionale della Bossi-Fini, e strumento tutto sommato moderato, visto che non va a toccare il nesso soggiorno-lavoro - quel visto, dicevo, scompare. Al suo posto compaiono fantomatiche liste che appariranno nei consolati - vere e proprie terre di nessuno, dove se bussate non vi sarà aperto. Dove se prendete un appuntamento, oggi, per ottenere qualcosa che è vostro diritto (per esempio un ricongiungimento familiare), l'appuntamento lo avrete fra un anno. Figuriamoci se quei canali sarebbero in grado di funzionare in quel modo (e un articolo di Cinzia Gubbini sul manifesto di ieri mostra come lo strumento escogitato da Amato sia già stato tentato, e sia naufragato, con la Turco-Napolitano). All'altro capo del canale, sulla riva italica, ci sarebbe lo sponsor, ovvero colui che si fa garante della persone che viene chiamata: solo che non può più trattarsi di una persona singola, ma dovrà essere un'associazione di categoria. Alla faccia delle reti reali sulle quali corrono i flussi migratori. Poi., la vera perla: non più CPT, ma "centri di accoglienza" (puro flatus vocis) con "rimpatrio volontario" (cento euro e camminare); e i centri di detenzione (anzi: di semidetenzione, così disse Amato) resteranno per gli individui socialmente pericolosi. E siamo daccapo: chi deciderà che cosa? Non è il reato a qualificare la pericolosità di un individuo? E non è sufficiente la prigione a fargli scontare la pena, ed eventualmente a consentirne il rimpatrio? E che cosa saranno questi centri semidetenetivi se non zona oscure, più oscure ancora dei CPT, visto che le badanti non ci finiranno più e nemmeno le direttrici di museo, e non ci saranno più casi "pietosi" da sollevare, ma solo casi di persone borderline che non suciteranno alcuna compassione? Ho l'impressione insomma che ci saranno più campi, e meno diritto.

postato da: MarcoRovelli alle ore 13:33 | Permalink | commenti
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