martedì, 26 settembre 2006

Dello Spirito.

Sabato scorso ho dialogato pubblicamente con Marco Revelli sui temi di Lager Italiani. E' stato un motivo di soddisfazione, e uno stimolo, parlare con una delle teste pensanti della sinistra italiana (la sinistra vera, intendo), e riceverne  complimenti ("E' un libro che avrei voluto scrivere io" ha detto, e cosa più bella non si poteva dire). Sala gremita, e molta attenzione. L'incontro era inserito entro il festival Torino Spiritualità - cosa c'entra, qualcuno si sarà detto. Ecco, nella quasi-introduzione al libro, scrivevo che per i migranti che (si) raccontavano, e di cui ho ri-narrato le storie, si trattava di ricucire i "buchi dello spirito". Dar luce, e respiro, alla propria identità - laddove l'identità co-incide con la propria storia. La voce che racconta la propria storia è lo Spirito - la voce che ripercorre i propri luoghi di emergenza, che rievoca i sensi, le sensazioni, e in questo itinerario, in questa rappresentazione, fa senso. Il senso dello spirito è il tempo rap-presentato dalla voce che lo riflette. In questo senso il CPT (come ogni campo), nel suo essere luogo d'eccezione, margine di sospensione, è un luogo centrale dello spirito, luogo abissale. Il CPT annulla ogni dimensione temporale, facendo macerie del passato (la narrazione, allora, è come un angelo nuovo che redime queste macerie) e dissolvendo ogni a-venire. Il tempo, allora, implode, ripiegato su un punto sospeso che non è più presente (non ha più presenza). Il CPT è luogo eminente di deprivazione sensoriale (e il modello Gradisca - quello di un supercarcere dove il controllo è totale - prosegue nell'annullamento dell'identità in quanto si tratta di annullamento della dimensione spaziale oltre che di quella temporale).

Alla fine del dibattito è intervenuto un anarchico torinese. E' triste che dobbiamo sentirci dire le storie dei migranti e dei CPT da uno che viene da fuori, quando in questa città le abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni, e sembriamo non accorgercene, e non facciamo niente. Ha ragione. A Torino i controllori dei tram hanno il diritto di chiedere il permesso di soggiorno agli stranieri. Devono rendersi complici, insomma. Mettiamoci di mezzo, così ha detto l'anarchico di Torino, facciamoli scappare. Sottoscrivo totalmente. Mettiamoci di mezzo, facciamoli scappare.

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domenica, 17 settembre 2006

Eventi.

Scrivo dalla postazione di Medici Senza Frontiere di Agrigento, dove sono venuto per capire meglio la loro attività e per capire la questione del lavoro stagionale.

La scorsa settimana ero a Ferrara, invitato da Giovanna Pineda. Quella sera, proprio dopo la presentazione, mi hanno detto che era stato appena deportato da Linate, dopo due settimane di via Corelli, quello che nel racconto del libro "Feste comandate" si chiamava Prince, che nel frattempo aveva smesso di fare il guardiano di maiali e faceva il buttafuori in una discoteca. Intanto sua moglie e sua figlia sono restate ad aspettarlo. Senza un reddito.

Stamani, a Palermo,ho rivisto Thomas (quello del racconto A futura memoria): é andato negli Stati Uniti per buone protesi per cqmminare, nel frattempo. Non ha ancora potuto rivedere il figlio che ha lasciato in Ghana; ma la sua nuova compagna sta per partorire un altro figlio, che si chiamerà Godwin Vincenzo. Auguri, Thomas.

 

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lunedì, 04 settembre 2006

In uno scambio via mail in margine all'inchiesta di Fabrizio Gatti su L'Espresso, l'amico giornalista Stefano Mencherini centra a mio parere il punto:

Sai l'effetto in loco della sua inchiesta? Rastrellamenti intorno ai campi del foggiano e tante, tante espulsioni. Questo l'effetto dell'intervento di Amato dopo il  reportage.
Naturalmente non ho ancora letto di nessun caporale italiano, di nessun padre-padrone denunciato nè tantomeno arrestato... e neppure di iniziative della cosiddetta "società civile".

Stefano ha ragione. Ed è così perché la questione è tutta politica. Si tratta di cambiare la legge Bossi-Fini al più presto. Invece di sollecitare interventi speciali, Amato dovrebbe fare un intervento ordinario: cominciare a cancellare la Bossi-Fini. Tutto il resto, stante l'attuale normativa di legge, non è che una cortina di fumo alzata intorno a una situazione che si riproporrà inevitabilmente tale e quale in un futuro prossimo - se non nella Capitanata, nella piana di Gioia Tauro, o in Sicilia. Ed è un fumo che intossica i migranti stessi, gli schiavi che si vorrebbero salvare.

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domenica, 03 settembre 2006

Schiavi.

Fabrizio Gatti ne ha combinata un'altra delle sue. Si è finto rumeno e sudafricano, e ha condiviso la sorte dei clandestini stagionali nei campi di pomodori del foggiano.

I compagni del foggiano hanno messo in piedi un sito che, partendo dal reportage di Gatti, cerca di raccogliere materiali sulle forme di sfruttamento del lavoro nero, di questi nuovi schiavi.

postato da: MarcoRovelli alle ore 16:44 | Permalink | commenti (2)
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