lunedì, 21 agosto 2006

I liberi di parlare e i liberi di affogare.

 

I belpietristi del Giornale secondo alcuni sarebbero quasi dei paladini della libertà di pensiero, dacché ospitano collaborazioni di intellettuali e scrittori liberi e non schierati – che pure, nella loro pretesa purezza di non prendere partito, si prendono la libertà, quella sì, di farsi assoldare. Sembra propendere per questa tesi anche Giulio Mozzi in uno scritto comparso ieri su Nazione Indiana, nel quale si parla dell’articolo di Emanuele Coen uscito sul Venerdì di Repubblica sul rapporto tra editori e rete e in cui viene citato anche il sottoscritto, nonché il presente blog (titolo dell’articolo: Nuovi talenti? Gli editori li pescano con la rete).

Ora, mi chiedo, con quale purezza ci si può fare assoldare da codesti mistificatori, autori di veri e propri crimini contro il linguaggio, ovvero il pensiero, ovvero l’umanità?

Mirabile il titolo del Giornale, oggi. “Immigrati: sbarchi, tragedie e delitti”.  Un gran calderone sotto un minimo comun denominatore: “emergenza immigrazione”. Con un obiettivo politico: “la politica delle «porte aperte»”. Si prendono fatti che non hanno legame tra loro, li si lega mediante una shakerata ideologica, e via servita la paura al bibente lettore. Gli sbarchi e gli affondamenti di Lampedusa; l’omicidio di una ragazza in una chiesa ad opera di un sacrestano; la violenza sessuale in centro a Milano; la comparizione della madre della ragazza pakistana uccisa nei giorni scorsi.

Da rilevare anzitutto gli slittamenti lessicali nel lungo sottotitolo: gli “immigrati” annegano; il sacrestano che ha ucciso la ragazza (per motivi ancora tutti da verificare) è “un altro extracomunitario” assassino; il violentatore è un “clandestino”; la madre della “pakistana sgozzata” (l’assassinio cui dianzi si faceva riferimento) ha detto che non era una “buona musulmana”.

Ciò che sorprende per prima cosa è che l’enormità delle tragedie di migranti subsahariani (tra loro ci sono molti eritrei, ad esempio, e la cosa dovrebbe essere approfondita), con quella potenziale pietà umana che per chiunque dovrebbe scaturirne, viene usata come lievito di quell’impasto di paure dell’indifferenziato che prende corpo negli slittamenti linguistici di cui sopra. Tanto che gli annegamenti, nel titolo, non ci sono: si parla invece di sbarchi, come si conviene a un’invasione con tutti crismi. Questa è davvero una sapiente arte dell’inganno. Applausi.

Poi. Il sacrestano è di certo extracomunitario, cingalese per la precisione (tralasciamo il fatto che già la parola extracomunitario è una parola razzista: smetterà di esserlo solo quando anche gli statunitensi verranno normalmente denominati tali): peraltro, da un punto di vista giornalistico, forse è più rilevante che si trattava di un sacrestano, dunque di un bravo cattolico, che ha sconsacrato la chiesa con un omicidio. Tanto più che lui è perfettamente integrato nella comunità da anni. E invece no: per il Giornale, d’un tratto, la linea di demarcazione non è più lo scontro di civiltà tra cristianesimo e Islam: l’importante è rimarcare l’esser extra. (E’ insomma il gesto del bando, come “semplice posizione di una relazione con l’irrelato”). Perché questo extra torna utile, viene capitalizzato nella misura in cui nell'occhiello si legge appunto che Hina è stata uccisa in quanto non era una “buona musulmana”. E automaticamente tutto il resto acquisisce questo segno islamico. Del resto Hina, in quella frase, è una “pakistana” – la sola ad avere diritto alla nazionalità, dunque la sola ad essere persona di fronte all’indifferenziata tenebra popolata di fantasmi. (Chi non ha nazione, non è).

Un extra acquisisce nazionalità e diventa persona solo quando si fa “sgozzare” (come un capro) e diventa vittima. Altrimenti è un extra, ovvero (slittamento) un clandestino / fantasma, come risulta dal fatto che il violentatore è così definito, clandestino, laddove per adesso l’unico indizio è che potrebbe essere un maghrebino: dunque potrebbe essere un immigrato regolare, o addirittura un cittadino italiano…

Tornando a Hina, e chiudendo il cerchio: altre fonti riportano che la madre di Hina abbia detto di sua figlia che non era una “buona pakistana” e non una “buona musulmana”. E secondo altre fonti non ha detto questo per giustificare il marito. Ma la verità, nello shaker dei giornalai, è irrilevante. E certo non si pretenderà che ci spieghino che cosa questi fatti hanno a che fare con la presunta politica delle porte aperte. Certo non si pretenderà che dicano che queste tragedie sono prodotte proprio dalla politica di chiusura prima e di mancata integrazione poi. Mica vorremo impedire la loro libertà di parola.

postato da: MarcoRovelli alle ore 17:29 | Permalink | commenti (4)
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lunedì, 21 agosto 2006

Se vogliamo andare un poco oltre, vorrei dedurne una tesi che trovo centrale e affascinante, e cioè che l’autore non esiste. […] i testi letterari sono essenzialmente anonimi. […] Potrebbe confermare questa estensione del discorso di Jung  una proposizione in cui Jung nota che lo scrittore non sa nulla, non ha informazioni privilegiate su quello che scrive : - Quel che dicono della loro opera spesso non è quel che di meglio se ne possa dire.- 

Sono parole di Giorgio Manganelli (appena lette qui). Ho ripensato al testo, Note su Lager Italiani, che mi ha dato ieri l'amico Lorenzo Rustighi, giovane filosofo. Testo che forse dice più delle altissime qualità ermeneutiche e di produzione di concetti (ovvero: nel fare filosofia) di Lorenzo che non del libro Lager Italiani. Diciamo dunque che il libro è qui un catalizzatore per un discorso che lo trascende (ma che va, questo sì, al suo trascendentale). Ne pubblico uno stralcio. (Chi fosse interessato al resto, non ha che da chiedermelo).

Etico e logico tracciano, qui, i confini del politico nella apoliticità del fatto. E i fatti – come si dice – si devono lasciar parlare. Qui si leva la voce di chi parla, e parlando lascia parlare. In una meditazione sulla lingua Rovelli ne ricorda significativamente il legame, per la dottrina cattolica, con la Grazia: «Gratia gratum faciens - la grazia rende grati […] L’uomo è grato, e parla. La lingua pura è presa nel circolo dell’amore di Dio, e nella sua gloria». Questo significa, in altre parole: l’essenza delle cose parla solo a chi ha intenzione di ascoltarla. Ma l’intenzione di ascoltare implica già anche un ascolto diretto da un’intenzione: astrarre da tale intenzionalità è lo scopo primario per Rovelli. Il che non significa che la parola detta cada nel vuoto, al contrario significa imporla all’ascolto, dove l’intenzione diviene necessariamente attenzione. Come voce narrante, Rovelli mira a porsi, dicendo, al di qua di ciò che ha ascoltato, rimettere il contenuto di ciò che è stato detto alle labbra che l’hanno pronunciato. Parola e ascolto sono qualcosa di originario: il gesto della Grazia è immediatamente gesto di verità. Ed è una verità che preme con violenza ad un significato politico.

«Il mio libro – dice Rovelli – è nato per raccontare le vite dei migranti: sono quelle vite, quei corpi, il senso stesso del politico. Dare voce a chi non ha voce, questo è ciò che ho voluto fare». Dare voce a chi non ha voce significa anche rendere possibile uno stato di redenzione. Perché chi è libero di parlare sa anche mostrarsi grato, corrispondere al Verbo con la parola, e così aprirsi un varco di luce alla salvezza, al Regno della Grazia.

 

[…]

 

L’innaturalità, nel discorso di Rovelli, si fonda sull’ordine come l’evento si fonda sull’teoria, e con ciò ne dichiara già la radicale, perenne inadeguatezza: i suoi strumenti di lavoro e di osservazione non sono prefabbricati, si limita piuttosto ad impiegare quegli stessi strumenti che incontra sul proprio cammino, le scorie e la ferraglia di un’officina vivente il cui vivere è divenuto problema. È la ricerca stessa che si tramuta in organo del proprio ricercare, il fatto stesso che si fa interprete di se medesimo. La scientificità della visione non viene mai meno, con l’accuratezza del chirurgo egli interviene sui suoi dati: ma il suo bisturi è la stessa lametta con cui i protagonisti delle sue storie si tagliano e si umiliano, le sue forbici sono i pezzi di vetro che perforano i loro stomaci, e alla precisione dell’incisione fa riscontro il tampone di una ragione prospettica che s’imbeve di sangue per occludere la fonte da cui sgorga. La sua opera è farmaco razionale per quei detenuti, la sua narrazione si fonda su una competenza anatomica analoga a quella delle cure mediche che vengono loro negate.

L’immanenza cui ci si appella è quella stessa per cui lo schiavo, il recluso, si punisce e si mortifica prima che possa punirlo e mortificarlo il suo carnefice: a tal punto ha interiorizzato il senso perverso della propria inessenzialità, a tal punto – figlio dell’esclusione – ha bandito se dalla sovranità di se stesso. L’unica che sappia esercitare, è la sovranità del suo essere schiavo: ma neppure questa gli è concessa. La ragione immanente qui deve sapersi commisurare ai fatti, e l’immanenza di Rovelli è quella che aspira alla rottura dell’ipocrisia dialettica del diritto. È immanenza detonante che fa implodere i fatti a rifondare di nuovo – alla radice – il significato delle parole. Parole e fatti sono qui sullo stesso piano di logica ed etica. Il logico e l’etico fanno saltare i gangli cancerogeni di Logos ed Ethos, l’immanenza in Rovelli è già da subito il regno della trascendenza, proprio come la sacralità del Verbo è già al di là del sacrale. Natura e Spirito sono riunificati, come era nelle antichità più remote, nel sangue che impregna la narrazione fino all’osso. Il sangue è il vero trascendentale di quella narrazione: ed ecco che l’immanenza si scopre più profondamente come astrazione, l’astratto che purifica, che rigenera, che strappa, che salva, che libera.

 

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domenica, 20 agosto 2006
Il Gazzettino, sabato 19 agosto 2006

«PER VIVERE SONO CONDANNATO A ESSERE NESSUNO»

Parla sottovoce, cerca di non dare nell’occhio perchè lui, bosniaco di 43 anni, è un clandestino. Uscito dal Cpt è ora alla ricerca del figlio

di Giuseppe Pietrobelli

La prima cosa che fa, quando sale in auto, è quella di allacciarsi la cintura di sicurezza. «Quella volta, quando mi hanno fatto tornare in carcere, una pattuglia mi aveva fermato perchè guidavo senza...». Poi, V. S., cittadino bosniaco da quasi quindici anni in Italia, rispetta scrupolosamente le regole del Codice della Strada e guida con assoluta prudenza. Quando cammina si comporta in modo irreprensibile, nei luoghi pubblici non protesta, non alza mai la voce, cerca di non dare nell'occhio. E si guarda spesso attorno, scruta la gente che lo segue, quella che incrocia. Ormai ha la vista affinata, sa riconoscere i poliziotti e ha acquisito un riflesso condizionato, quella capacità di non attirare l'attenzione per evitare di farsi fermare, identificare, acciuffare. Perchè è un clandestino senza via di scampo.
V. S. è stato condannato e ha trascorso in carcere molti anni della sua vita. È stato espulso più volte dal territorio nazionale, ma è ancora qui. Condannato a diventare un invisibile per poter continuare a vivere. Condannato a trasformarsi in un uomo senza volto, nel tentativo di trovare il suo unico figlio, nato in Italia mentre lui era dietro le sbarre. Condannato a perdere la propria identità, come hanno sancito i due mesi appena trascorsi nel Centro di Permanenza Temporanea e Assistenza a Gradisca d'Isonzo, sessanta giorni di reclusione in una prigione che non è una prigione senza che nessuno si prendesse la briga di mettere in calce ad un foglio un riconoscimento di persona.
Anzi, ne è uscito - con un nuovo ordine di espulsione del Questore, naturalmente non ottemperato - proprio perchè nel periodo durante il quale è stato «trattenuto» nella struttura per clandestini «non è stato possibile acquisire idoneo documento di viaggio». Lo hanno rilasciato solo perchè il tempo è scaduto. Altrimenti sarebbe ancora dentro, ex detenuto e recluso allo stesso tempo.
È una storia di crimini commessi e di tentativi di venirne fuori a suo modo estrema, ma comune, quella che V. S. ci ha raccontato. Non sempre è stato possibile verificare i dettagli riferiti, visto che le vicende si sviluppano in un lungo arco di tempo in una mezza dozzina di regioni italiane, a cominciare da Veneto e Friuli, per finire con Sicilia e Lazio. È comunque una storia che ha l'anomalia quasi kafkiana dell'impossibilità di trovare - dopo gli errori e la pena - una collocazione giuridica, un riconoscimento che non sia un semplice timbro che decreta un'espulsione in qualche modo non eseguibile, perchè nel frattempo pende una domanda di asilo politico (più o meno fondata che sia) e V. S. non ha più nemmeno documenti che ne attestino le generalità o che lo abilitino a lasciare l'Italia per tornare nel suo Paese d'origine.
Un paradosso burocratico-legale da cui sembra destinato a non uscire mai più, ingoiato nel circolo vizioso delle espulsioni (a suo dire illegittime, in quanto la prima è stata annullata da un giudice) che vengono decretate, ma non eseguite. In questo aspetto la storia è esemplare di una normalità che coinvolge migliaia di persone arrivate in Italia, poi ricacciate, ma ancora qui, dentro i confini nazionali da cui non vogliono o non possono uscire nonostante abbiano commesso anche reati di una certa gravità.
V. S. non ha ancora 43 anni. È magro come un chiodo, ma quando uscì dal carcere era una specie di fantasma. E ha un'ossessione, ritrovare il figlio. «È per questo che me ne sto in Italia, altrimenti me ne sarei già andato. Ma sono un clandestino e non riesco neppure a sapere dove sia. Se mi convocano al Tribunale dei Minori di Venezia non ci posso andare perchè temo la trappola». L'incontro avviene in un grande centro commerciale, ai confini del Veneto. In mezzo alla gente, ma senza testimoni, senza tracce. V. S., come lo ha informato il decreto del questore di Gorizia rischia, se acciuffato, una condanna penale da uno a quattro anni di carcere.
Il suo racconto comincia dalla fine, ovvero dal Cpt di Gradisca , dove «un uomo si sente come un leone in una gabbia». Anche se dice di essere stato trattato con umanità.


Come giudica il Cpt di Gradisca da cui è appena uscito?

«Appena ci sono arrivato mi ha fatto un'impressione enorme. Un posto così non l'ho mai visto in 7 anni di carcere. Sembra Guantanamo, è tutto pieno di gabbie, c'è più ferro che cemento armato».

Il trattamento?

«Niente da dire. Il personale è eccezionale, bravissimo, straeducato se rapportato a noi...».

Quanta gente c'era con lei?

«Quaranta, cinquanta ospiti. Ma c'erano più di venti stanze con otto letti ciascuna. Secondo me lo hanno fatto perché qualcuno ci guadagna».

Cosa c'è di tanto sconvolgente in questo Cpt?

«Che ti senti in gabbia, ti senti peggio di un leone. Nelle camerate c'è solo una finestra e viene sempre tenuta chiusa. Allora bisogna tenere aperta la porta. Ma lì dentro è pieno di ladri... così per 58 giorni ho dormito con i pantaloni, portafogli e telefonino in tasca. Non c'è un armadietto per le proprie cose».

Stavate sempre dentro?

«No, si può uscire all'aperto perché ci sono otto gabbie per prendere l'aria. Si può stare fuori dalle 8 alle 21. Ma non è piacevole, si vede solo il cielo e tonnellate di ferro. E poi cosa si fa in una gabbia? Ci si sente trattati peggio dei terroristi».

Ci sono state delle fughe.

«Io ricordo di un ragazzo di 19 anni che non è più stato ripreso. E di due tunisini che si sono arresi. Erano saliti sul tetto, ma poi avevano deciso di tornare da soli e hanno detto che erano andati in mensa perché gli era venuta fame».

Quando è uscito?

«A luglio, dopo due mesi, ecco il decreto di espulsione del questore di Gorizia, che cita un decreto del Prefetto di Venezia di maggio. Ma è infondato perché la mia precedente espulsione del 2000 è stata annullata dal giudice di pace di Agrigento e nel frattempo ho fatto domanda di asilo politico».

Andiamo all'inizio. Quando arriva in Italia?

«Era il 1994, avevo 29 anni. In Bosnia c'era la guerra e io non volevo combattere. Così ho lasciato due ristoranti e un'attività di import-export».

Però non le è andata bene.

«Ho conosciuto persone sbagliate. Ho fatto reati, non nego. In carcere ho fatto sette anni in tutto».

Perché?

«Per una rapina in un'oreficeria nel 1997 a Eraclea. Io facevo l'autista, sono rimasto fuori. Ma le pistole erano scacciacane. Mi hanno preso dopo poche ore e mi hanno dato tre anni 6 mesi e 10 giorni, con il rito abbreviato. Li ho scontati. Sono uscito nel 2000 dal carcere di Udine».

Non l'hanno espulsa?

«Avevo il documento con l'espulsione del questore, ma sono rimasto in Italia. Ho conosciuto una donna bosniaca che è rimasta incinta. Mio figlio è nato nel 2002. Ma in Bosnia non mi hanno perdonato, in quanto cristiano ortodosso, di aver fatto un figlio con una musulmana. E così non mi hanno più riconosciuto la cittadinanza, anche se mi avevano rilasciato il passaporto».

Quando la riprendono?

«Nel novembre 2001 la Polizia di Portogruaro mi notifica l'espulsione di Udine. Due agenti mi scortano al Cpt di Agrigento. Ma un giudice di pace annulla l'espulsione perché ero uscito dall'Italia e rientrato dalla frontiera con il passaporto. Sono libero. La Polizia voleva accompagnarmi in stazione, ma io ho detto che ci andavo con il taxi».

Non bastava per cercare un lavoro?

«Il mio problema è che non mi fu rilasciata una dichiarazione del giudice, l'annullamento non ce l'ho. Ci vorrebbe un avvocato che lo cercasse, ma al mio ho dato solo 250 euro, cosa vuole che faccia?».

Fino a quando è rimasto libero, ma clandestino?

«Fino al marzo 2002. Quando mi arrestano in Toscana e mi notificano altri 4 anni da scontare per condanne in contumacia. Non ne sapevo niente».

Possibile?

«Mi avevano condannato per un furto a Rovigo, dove non ero mai stato. Per la ricettazione di un paio di jeans a San Donà di Piave: li avevo rubati per riportarmeli in Bosnia e mi hanno dato il reato più grave. E poi una patente falsa, che falsa non era, e un passaporto che in effetti non era vero».

Ha scontato tutto?

«Fino all'ottobre 2005, quando sono uscito da Civitavecchia con 8 euro in tasca. E per fortuna ho trovato una associazione che mi ha aiutato».

Cosa ha fatto?

«Ho cominciato a cercare mio figlio che è nato a Latisana quando ero in carcere. L'ho riconosciuto a San Michele al Tagliamento. E quella è stata l'unica volta che l'ho visto. Io non ho mai fatto male a nessuno. L'unico mio reato è quello di cercarlo. Ho scritto anche al presidente Ciampi, da clandestino. Ho scritto agli assistenti sociali, ai carabinieri, al Tribunale dei Minori. E alla Procura ho presentato una denuncia per sottrazione di minore».

Ma lei ha avuto denunce dalla sua ex convivente.

«Accuse false, di averla minacciata, di un procurato aborto. Era lei che mi scriveva ricordandomi che io mi ero impegnato, se fosse nato un figlio, a tenerlo con me. Da quando sono uscito non sono riuscito a trovarla, eppure ho il suo stato di famiglia, con un indirizzo dove non abita. Sto impazzendo, non ho soldi per pagare un avvocato, per trovare il bambino. È un mio diritto di padre vederlo».

Non le hanno tolto la patria potestà?

«No, c'è una dichiarazione del Tribunale. Ma l'assistente sociale di Bibione mi ha scritto che la mia ex convivente non vuole più avere contatti con me. Ecco la lettera, c'è scritto che il piccolo lo hanno incontrato tre volte e che non ha subito maltrattamenti nè traumi».

Lei come è finito al Cpt di Gradisca ?

«In maggio ho preso contatti con l'avvocato della madre di mio figlio per mettermi d'accordo su come vedere il bimbo. L'avvocato mi incontra a Venezia in un bar, ma prima di andare gli ho ricordato che non avevo documenti. Ci siamo parlati, sono tornato a piazzale Roma e lì mi sono piombati addosso quattro poliziotti. Subito hanno detto che ero uno che faceva il gioco delle scatolette».

Al Cpt in base a quale documento?

«All'espulsione di Udine del 2000 che era stata annullata. Io l'ho spiegato al giudice di pace. Gli ho detto che se sto in Italia è per trovare mio figlio. Mi ha risposto che non gli risultava la decisione di Trapani e neanche la domanda di asilo politico».

Perché l'ha presentata?

«Perché in Bosnia non mi vogliono più, per ragioni religiose. È successo una volta che mi hanno preso a Pisa e volevano mandarmi a un Cpt, ma io ho provato di aver presentato la domanda di asilo, l'avvocato l'ha spedita per fax. E così mi avevano messo fuori perché non si può espellere uno che ha chiesto asilo politico. Ma il giudice di Gorizia ha detto che non gli risultava».

Quindi lei ritiene di essere rimasto illegalmente a Gradisca ?

«Di me conoscono le mie generalità. Non mi hanno condannato con il mio nome e cognome? Non ho già espiato le mie pene? Perché allora non mi hanno espulso, ma mi hanno tenuto per due mesi nel Cpt prima di rilasciarmi?».

Come si mantiene?

«Con un lavoro occasionale, in nero. Senza documenti nessuno mi mette in regola. Ma io mi posso mantenere e posso mantenere mio figlio».

Cosa vuole?

«Una vita normale. E riavere mio figlio».

Come si sente?

«Una specie di apolide. La Bosnia non mi vuole, l'Italia mi manda via. E io sono costretto a vivere in questo modo, cercando di rigare dritto».
postato da: MarcoRovelli alle ore 20:28 | Permalink | commenti
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mercoledì, 16 agosto 2006

Finita la girandola di presentazioni e incontri. Si riprende a fine mese. Intanto voglio ringraziare pubblicamente i compagni foggiani del collettivo Jakob, che ci hanno ospitato meravigliosamente, e organizzato un incontro partecipato e vivissimo. Tra loro Antonio Vigilante, che mi ha presentato con le sue parole lievi e salde.

Nel frattempo L. è uscito dal CPT di Lamezia. E B., il ragazzo nigeriano che aveva chiesto asilo politico, pure. Piccole gocce, ma gocce di gioia.

postato da: MarcoRovelli alle ore 13:33 | Permalink | commenti (1)
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