Oggi su Carta.
Said e Borghezio.
“Questo libro continua sul blog lageritaliani.splinder.com”. Così ho scritto in coda alla quasi-introduzione di Lager Italiani. Perché il libro non finisce, non può finire nelle pagine in cui ho dato forma alle storie. Quelle storie continuano, e altre se ne aggiungono. E’ un libro liminare, che prosegue nel fuori, nella cosiddetta realtà: realtà che il libro non solo ha provato a dire, ma che vorrebbe trasformare. Il blog è lo spazio dove questa continuità tra il dentro del libro e il fuori del reale si mostra. Dove è verificabile se e come il libro è anche strumento di prassi. Dirò allora di tre storie accaduta in seguito al libro, e che al libro appartengono. O meglio, è il libro ad appartenere loro.
1. Il buio dentro gli occhiè il titolo di una delle storie narrate nel libro. Said ne è il protagonista. La notte del 2 marzo 2005 venne duramente pestato dalle forze di polizia all'interno del CPT di Bologna. Lui è l’ultimo testimone rimasto, gli altri che erano riusciti a fare denuncia sono stati tutti espulsi. Ci hanno provato anche con lui: lo stesso TAR aveva confermato che, nonostante il suo esser parte lesa in un processo, Said doveva venire espulso. Alla presentazione bolognese (la prima, con la presenza di Moni Ovadia) Said c’era. E ha parlato. La sua voce, in quella sala, è servita a portare allo scoperto quella storia, e a far sì che i bolognesi si mobilitassero per lui.
La mattina del sabato, però, il precipizio. La polizia va a prenderselo al dormitorio. “La mossa di farlo intervenire, di esporlo in piena luce per salvarlo - non ha pagato.” Così ne davo conto sul blog. “Magari erano lì a spiarci anche quando eravamo a berci una birra, giovedì sera, dopo la presentazione. Di certo sapevano già tutto di lui, ché Said è troppo scomodo, e deve sparire. Così stamani lo hanno tirato giù dal letto e se lo sono portati in caserma. Non sappiamo cosa gli stia succedendo, e dati i precedenti c'è da aver paura. Lunedì mattina Said avrà un processo per direttissima. Forse lo rimanderanno direttamente in Marocco - da quel Marocco che ha lasciato quindici anni fa, costretto a farlo perché agli oppositori politici come lui non è consentito restare tranquilli, laggiù - o forse gli daranno il reato di clandestinità, e se lo terranno sei mesi in galera prima di rimpatriarlo.” Said invece è stato fortunato. Lo hanno portato davanti al giudice, per la convalida del trattenimento, otto minuti dopo che le quarantott’ore stabilite dalla legge erano scadute, e sono stati costretti a rilasciarlo. Due giorni dopo il sostituto procuratore Marzocchi ha comunicato alla questura di non concedere il nulla osta alla sua espulsione in quanto parte lesa nel processo per il pestaggio nel CPT di via Mattei. “Finalmente troviamo qualcuno che ci dà ragione”, ha detto Said.
2. Mi chiamano da Lamezia, i compagni dell’associazione cosentina Kasbah. Ci sarà una manifestazione davanti al CPT di Lamezia, quello gestito dalla cooperativa rossa Malgrado Tutto. Entro nel centro come assistente del parlamentare Francesco Caruso. Resto dentro per alcune ore, raccogliendo storie, fatti. L’avvocato Alessandra Ballerini sta al telefono e mi aiuta a capire che cosa è possibile fare per tutti questi ragazzi che ci fanno calca intorno e vogliono raccontarsi, sperando che ci sia possibile individuare una smagliatura in quella rete che possa allargarsi fino a farli uscire dalla gabbia. Sono, in linea generale, persone “normali”, concentrate in questo campo “senza aver commesso fatto”. Ci sono tanti che lavorano in Italia da anni, senza mai aver potuto trovare una regolarizzazione.
L., un ragazzo rumeno, mi prende da parte per non farsi sentire da nessuno. Ho paura, dice, Io dalla Romania sono scappato, ci sono dei mafiosi che ce l’hanno con me, hanno già picchiato mio padre. Dice che ha fatto asilo, gli è stato negato, e la sua richiesta di fare ricorso è stata giudicata irricevibile dalla questura. Prassi illegittima, questa: lui non dovrebbe essere qui dentro, adesso.
Qualche giorno dopo vedo Alessandra, gli dico di L., per cercare di risolvere la situazione. La sera stessa, alla fine delle presentazione milanese del libro, quando riaccendo il telefono trovo un numero che non riconosco. “Lo chiamo. Sono un amico di L., dice. Dal CPT di Lamezia. Sono venuti a prenderlo, lui è salito sul tetto. Ha ingoiato una pila, otto uova marce, si è tagliato con una lametta. Chiamo Alessandra, e tutti quelli che posso. Ne rintraccio pochi, l'ora è tarda. Trovo Simonetta Crisci, un altro avvocato di Roma. Nel frattempo L. scende dal tetto. Non rischiare troppo, gli dico, fatti portare all'ospedale. Ci stiamo attivando. Un po' sì, dice, devo rischiare. All'ospedale ci va alla mattina, poi lo riportano nel centro. Con gli interventi di Alessandra e Simonetta forse qualcosa riusciamo a ottenere, vediamo.
I sessanta giorni di L. scadono il 28. Se esce torna a Bari, dove abita. Spero di trovarlo quando scendo in Puglia per il libro, i primi di agosto.”
3. Mi avevano telefonato dalla casa editrice, Ci ha chiamato un giornalista di Telelombardia, vorrebbe fare una trasmissione sull’immigrazione a partire dal tuo libro. Era un baraccone, invece, una fiera di fiere, una cagnara.
C’è borghezio, nazista che conosco, e prosperini che conosco meno, ma che dà subito prova di sé: I CPT sono hotel a due stelle, dice, belle e comode casette, stanze belle e pulite, il personale della croce rossa a disposizione. Se poi chi ci va dentro è un animale, non è mica colpa nostra!
Animali e delinquenti sono gli immigrati per prosperini. E più avanti, durante una pausa pubblicitaria, aggiungerà: Bestiacce. Sono i fuori onda che rivelano la natura criminale di questi epigoni delle SS. Quando prosperini inneggia a Pinochet, che ha saputo mettere in riga i cileni. Quando – l’unica volta che ho avuto lo stomaco di rivolgergli la parola, e di chiedergli come faccia a vivere con quell’odio in corpo – mi risponde: L’odio e la vendetta sono i piaceri della vita. Quando spiega che lui, in qualsiasi situazione, sarebbe in grado di emergere, di comandare, e sarebbe in grado di trovare un lavoro: il killer.
La catena dell’osceno porta i suoi fiori fecali in superficie, dove la cagnara impedisce, a un occhio poco attento, di cogliere l’immondo, il falso eretto ad assoluto. Ma talvolta ci si fa largo, a forza di parole appuntite. Come quando dico della mia visita al CPT di Lamezia, di tutte le persone che ho incontrato. E in che lingua ci hai parlato, dice il prosperini, in maruchìn? No, prosperini, ci ho parlato in italiano, questa è gente che sta in Italia da anni, e questo dimostra che tu non conosci la realtà.
Troppe sono le immondizie verbali che dovrei riportare, ma sono tutte concentrate nella mano lardosa e sudata di borghezio a un centimetro dalla mia faccia, Non parlare più di delinquenti, gli dico, Qui l’unico delinquente sei tu, che hai picchiato un bambino marocchino e hai dato fuoco a un dormitorio di migranti, Non è vero, grida isterico il borghezio, e la sua mano freme a un centimetro dalla faccia, e io gli dico Dai borghezio, dai che non vedo l’ora di farti avere un’altra condanna, e lui desiste, ci sono le telecamere, anche se questo è il fuori onda, anche se questo è il regno dell’osceno.