domenica, 30 luglio 2006

Finestre.

E' un giorno triste. A Cana, il trionfo della morte. Governi criminali che così come hanno massacrato bambini a Shabra e Chatila massacrano bambini a Cana. Governi criminali che promettono svolte e danno il loro sostegno agli assassini, che ci riendono tutti quanti complici di queti abomini. Il terrorismo eretto a norma dell'agire politico. Il linguaggio pervertito: i soldati sono "rapiti" - laddove quelli palestinesi stanno legittimamente nelle galere israeliane - e in cambio si bombardano città, reazione che è nient'altro che "spropositata"; i politici sono "addolorati" ma la colpa è degli Hezbollah - non sto ad addentrarmi nelle contraddizioni logiche, non ne ho la forza, ho solo la nausea ad agitarmi.

Ma L. - che dieci giorni fa era salito sul tetto del CPT di Lamezia ingoiando una pila e otto uova marce e tagliandosi con una lametta - è fuori, è uscito in suolo italiano, torna a essere clandestino ma non l'hanno rimpatriato: questo è il solo barbaglio di luce che mantiene vivo lo sguardo,e produce cammino.

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sabato, 29 luglio 2006

Oggi su Carta.

Said e Borghezio.

“Questo libro continua sul blog lageritaliani.splinder.com”. Così ho scritto in coda alla quasi-introduzione di Lager Italiani. Perché il libro non finisce, non può finire nelle pagine in cui ho dato forma alle storie. Quelle storie continuano, e altre se ne aggiungono. E’ un libro liminare, che prosegue nel fuori, nella cosiddetta realtà: realtà che il libro non solo ha provato a dire, ma che vorrebbe trasformare. Il blog è lo spazio dove questa continuità tra il dentro del libro e il fuori del reale si mostra. Dove è verificabile se e come il libro è anche strumento di prassi. Dirò allora di tre storie accaduta in seguito al libro, e che al libro appartengono. O meglio, è il libro ad appartenere loro.
 
1. Il buio dentro gli occhiè il titolo di una delle storie narrate nel libro. Said ne è il protagonista. La notte del 2 marzo 2005 venne duramente pestato dalle forze di polizia all'interno del CPT di Bologna. Lui è l’ultimo testimone rimasto, gli altri che erano riusciti a fare denuncia sono stati tutti espulsi. Ci hanno provato anche con lui: lo stesso TAR aveva confermato che, nonostante il suo esser parte lesa in un processo, Said doveva venire espulso. Alla presentazione bolognese (la prima, con la presenza di Moni Ovadia) Said c’era. E ha parlato. La sua voce, in quella sala, è servita a portare allo scoperto quella storia, e a far sì che i bolognesi si mobilitassero per lui.
La mattina del sabato, però, il precipizio. La polizia va a prenderselo al dormitorio. “La mossa di farlo intervenire, di esporlo in piena luce per salvarlo - non ha pagato.” Così ne davo conto sul blog. “Magari erano lì a spiarci anche quando eravamo a berci una birra, giovedì sera, dopo la presentazione. Di certo sapevano già tutto di lui, ché Said è troppo scomodo, e deve sparire. Così stamani lo hanno tirato giù dal letto e se lo sono portati in caserma. Non sappiamo cosa gli stia succedendo, e dati i precedenti c'è da aver paura. Lunedì mattina Said avrà un processo per direttissima. Forse lo rimanderanno direttamente in Marocco - da quel Marocco che ha lasciato quindici anni fa, costretto a farlo perché agli oppositori politici come lui non è consentito restare tranquilli, laggiù - o forse gli daranno il reato di clandestinità, e se lo terranno sei mesi in galera prima di rimpatriarlo.” Said invece è stato fortunato. Lo hanno portato davanti al giudice, per la convalida del trattenimento, otto minuti dopo che le quarantott’ore stabilite dalla legge erano scadute, e sono stati costretti a rilasciarlo. Due giorni dopo il sostituto procuratore Marzocchi ha comunicato alla questura di non concedere il nulla osta alla sua espulsione in quanto parte lesa nel processo per il pestaggio nel CPT di via Mattei. “Finalmente troviamo qualcuno che ci dà ragione”, ha detto Said.
 
2. Mi chiamano da Lamezia, i compagni dell’associazione cosentina Kasbah. Ci sarà una manifestazione davanti al CPT di Lamezia, quello gestito dalla cooperativa rossa Malgrado Tutto. Entro nel centro come assistente del parlamentare Francesco Caruso. Resto dentro per alcune ore, raccogliendo storie, fatti. L’avvocato Alessandra Ballerini sta al telefono e mi aiuta a capire che cosa è possibile fare per tutti questi ragazzi che ci fanno calca intorno e vogliono raccontarsi, sperando che ci sia possibile individuare una smagliatura in quella rete che possa allargarsi fino a farli uscire dalla gabbia. Sono, in linea generale, persone “normali”, concentrate in questo campo “senza aver commesso fatto”. Ci sono tanti che lavorano in Italia da anni, senza mai aver potuto trovare una regolarizzazione.
L., un ragazzo rumeno, mi prende da parte per non farsi sentire da nessuno. Ho paura, dice, Io dalla Romania sono scappato, ci sono dei mafiosi che ce l’hanno con me, hanno già picchiato mio padre. Dice che ha fatto asilo, gli è stato negato, e la sua richiesta di fare ricorso è stata giudicata irricevibile dalla questura. Prassi illegittima, questa: lui non dovrebbe essere qui dentro, adesso.
Qualche giorno dopo vedo Alessandra, gli dico di L., per cercare di risolvere la situazione. La sera stessa, alla fine delle presentazione milanese del libro, quando riaccendo il telefono trovo un numero che non riconosco. “Lo chiamo. Sono un amico di L., dice. Dal CPT di Lamezia. Sono venuti a prenderlo, lui è salito sul tetto. Ha ingoiato una pila, otto uova marce, si è tagliato con una lametta. Chiamo Alessandra, e tutti quelli che posso. Ne rintraccio pochi, l'ora è tarda. Trovo Simonetta Crisci, un altro avvocato di Roma. Nel frattempo L. scende dal tetto. Non rischiare troppo, gli dico, fatti portare all'ospedale. Ci stiamo attivando. Un po' sì, dice, devo rischiare. All'ospedale ci va alla mattina, poi lo riportano nel centro. Con gli interventi di Alessandra e Simonetta forse qualcosa riusciamo a ottenere, vediamo.
I sessanta giorni di L. scadono il 28. Se esce torna a Bari, dove abita. Spero di trovarlo quando scendo in Puglia per il libro, i primi di agosto.”
3. Mi avevano telefonato dalla casa editrice, Ci ha chiamato un giornalista di Telelombardia, vorrebbe fare una trasmissione sull’immigrazione a partire dal tuo libro. Era un baraccone, invece, una fiera di fiere, una cagnara.
C’è borghezio, nazista che conosco, e prosperini che conosco meno, ma che dà subito prova di sé: I CPT sono hotel a due stelle, dice, belle e comode casette, stanze belle e pulite, il personale della croce rossa a disposizione. Se poi chi ci va dentro è un animale, non è mica colpa nostra!
Animali e delinquenti sono gli immigrati per prosperini. E più avanti, durante una pausa pubblicitaria, aggiungerà: Bestiacce. Sono i fuori onda che rivelano la natura criminale di questi epigoni delle SS. Quando prosperini inneggia a Pinochet, che ha saputo mettere in riga i cileni. Quando – l’unica volta che ho avuto lo stomaco di rivolgergli la parola, e di chiedergli come faccia a vivere con quell’odio in corpo – mi risponde: L’odio e la vendetta sono i piaceri della vita. Quando spiega che lui, in qualsiasi situazione, sarebbe in grado di emergere, di comandare, e sarebbe in grado di trovare un lavoro: il killer.
La catena dell’osceno porta i suoi fiori fecali in superficie, dove la cagnara impedisce, a un occhio poco attento, di cogliere l’immondo, il falso eretto ad assoluto. Ma talvolta ci si fa largo, a forza di parole appuntite. Come quando dico della mia visita al CPT di Lamezia, di tutte le persone che ho incontrato. E in che lingua ci hai parlato, dice il prosperini, in maruchìn? No, prosperini, ci ho parlato in italiano, questa è gente che sta in Italia da anni, e questo dimostra che tu non conosci la realtà.
Troppe sono le immondizie verbali che dovrei riportare, ma sono tutte concentrate nella mano lardosa e sudata di borghezio a un centimetro dalla mia faccia, Non parlare più di delinquenti, gli dico, Qui l’unico delinquente sei tu, che hai picchiato un bambino marocchino e hai dato fuoco a un dormitorio di migranti, Non è vero, grida isterico il borghezio, e la sua mano freme a un centimetro dalla faccia, e io gli dico Dai borghezio, dai che non vedo l’ora di farti avere un’altra condanna, e lui desiste, ci sono le telecamere, anche se questo è il fuori onda, anche se questo è il regno dell’osceno.
 
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domenica, 23 luglio 2006
Non vedo, non sento, non parlo. Il velo benpensante sui Cpt.
di Stefano Galieni
(Liberazione, venerdì 21 luglio)

Le ragioni di chi ha voglia di capire sono all’inizio e alla fine del libro. «E’ la nostra storia delle colonne infami e un giorno dei figli chiederanno certo conto ai padri di quello che hanno lasciato fare, permesso, incoraggiato col silenzio». Ad aprire le porte dell’inferno raccontato nel volume di Marco Rovelli Lager italiani (Bur, pp. 288, euro 9,80) è Erri De Luca, a chiuderle, con affermazioni altrettanto definitive è Moni Ovadia: «Le anime belle dell’eterna retorica “italiani brava gente”, i sedicenti moderati che coltivano la ferocia contro “l’altro”, dietro le linde tendine del benpensantismo, non si facciano illusioni, quando questa vergogna emergerà in tutto il suo schifo, la loro infamia sarà evidente».
Nel mezzo storie, testimonianze, riflessioni a tutto campo, su un mondo che lentamente comincia ad essere chiamato col proprio nome, quello dei centri di permanenza temporanea, le nuove istituzioni totali che avvolgono tutta l’Europa, e che si esportano come la democrazia nei paesi di frontiera. Luoghi in cui, in nome dei limiti che si impongono al migrare, si confondono reo e reato, lo stato di eccezione diviene la regola.
Marco Rovelli, cantante e autore della band “Les Anarchistes” compie un operazione preziosa su molti fronti. Parte da singole storie. I volti dei tanti e delle tante che hanno attraversato la costrizione dei “Lager italiani”, cessano di essere numero, dato statistico da Ministero e diventano fisionomie visibili, storie che si svolgono, voci che finalmente irrompono con la propria insita capacità eversiva. Si rompe quel meccanismo che abitua a considerare la reclusione degli “irregolari” come un male necessario, una scelta imposta dagli squilibri economici e demografici all’occidente ricco che deve salvarsi anche tramite queste barriere. Ogni riflessione di carattere generale, ogni valutazione, anche ideologica, tesa a giustificare l’esistenza di questi nuovi e subdoli campi di concentramento, sparisce nelle parole smozzicate di chi racconta. Non sono solo storie di soprusi subiti che gridano vendetta ma la denuncia di una condizione di subalternità imposta attraverso forme più o meno cruente che però si caratterizzano per limitare la libertà personale, la possibilità di definire un proprio destino futuro. Chi entra in un centro ne esce per il rimpatrio o per un foglio di via entro 60 giorni ma in realtà si ritrova con addosso un marchio che ne delimiterà ogni prospettiva di esistenza, lo condannerà alla clandestinità perpetua o al fallimento totale di un progetto di vita.
Le storie individuali e collettive che Rovelli ha raccolto, sono state finora confinate negli ambiti generosi ma ristretti di una minoranza che non ha accettato le logiche ipocrite del non sento, non vedo, non parlo. Nei movimenti italiani - più estesi che nel resto d’Europa - queste storie hanno già viaggiato, anche attraverso i pochi quotidiani e i pochi programmi radiotelevisivi che le hanno volute intercettare, ma non basta. Debbono divenire consapevolezza diffusa, sapere collettivo, debbono indurre alla disobbedienza a leggi vergognose. Oggi ci sono le condizioni politiche per rimediare alle nefandezze commesse, vanno costruite le condizioni culturali per cui si stabilisca un nesso fra queste realtà e il pensare comune. Il libro di Rovelli, come tanti altri testi sull’argomento, tesi di laurea, video auto prodotti, spettacoli teatrali, portano questi messaggi, queste storie fuori dai confini della politica, utilizzando linguaggi diversi da quelli della politica, per restituirli alla loro stringente politicità. Aprono uno squarcio fastidioso ma necessario e mostrano come a volte la nostra tanto decantata democrazia sia ridotta a pura formalità. Una democrazia che si esporta per dimostrare la superiorità della civiltà occidentale ma che poi al proprio interno coltiva e pratica gli esempi più abominevoli della negazione di se, dei suoi valori fondanti, delle sue peculiarità storiche.
Le voci dei Jamal, dei Montassar, Jihad, delle Ribka e Mihaela, ci ricordano, ci sbattono in faccia che il germe che ha partorito il nazismo non è mai morto, che il “cuore di tenebra” è parte integrante e strutturale dell’Europa, rimosso e mai sradicato, e batte ancora i suoi ritmi. Una storia pluricentenaria secondo cui una “vita occidentale” vale molto più che una delle tante “vite altre” che ormai popolano le città europee.
Colonialismo che resiste? Neo colonialismo applicato ai corpi oltre che ai territori? Non servono definizioni da manuale, serve operare delle scelte: continuare a far parte dell’esercito di coloro che ignorano, si assoggettano, giustificano, l’esistenza di un diritto speciale per i migranti, o realizzare una discontinuità culturale che trasformi la nostra società nelle sue interrelazioni socio - economiche, culturali, esistenziali? Non sono ammesse mezze misure ne percorsi contorti, non si media ne si contratta sui diritti. Rovelli offre uno strumento per guardare la realtà con occhi diversi, lo ha realizzato mediante un lavoro certosino, ha avuto la voglia di cercare, di ascoltare, di immettersi in quel sistema di relazioni composto da chi la sua scelta ha già avuto modo e tempo di farla, ha raccolto e sistematizzato un mondo condannato altrimenti al buio.
Che queste voci diventino un monito per chi governa, amministra, decide e vota, ma anche per chi torna in piazza deciso a far valere la forza della ragione. Non si potrà dire: “Io non sapevo”.
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sabato, 22 luglio 2006

L'osceno.

Borghezio - il cognome è sufficiente a denotare un tipo umano, che si raccoglie nelle pieghe ventrali della sua brutalità - è stato condannato per aver picchiato un bambino marrocchino nel ’93. Lo scorso autunno la Cassazione ha reso definitiva la sua condanna a cinque mesi per aver incendiato un dormitorio di immigrati. Quando lo mettevo di fronte a questa realtà, il borghezio si limitava a ripetere: Non è vero. Come un bambino che pesta i piedi per terra, che nega ostinatamente l’evidenza, e che non potrà mai ammettere ciò che lo contraddice – il borghezio ripeteva, Non è vero. Lo ripeteva lì, a un centimetro da me, con quella sua manona sudata a un centimetro dalla mia faccia, che fremeva per schiaffeggiarmi. Era scattato dalla sedia diretto contro di me che gli stavo seduto di fronte, Stai zitto borghezio, gli avevo detto, anzi glielo avevo ripetuto, ché già durante la trasmissione lo avevo fatto. Stai zitto borghezio, smettila di parlare di immigrati delinquenti, qui l’unico delinquente sei te, sei stato condannato a cinque mesi per aver incendiato un dormitorio di immigrati e a settecentocinquantamila lire di multa per aver picchiato un bambino marocchino. Non avrei mai immaginato nella vita di incontrarmi faccia a faccia con borghezio. Non questo incontro così ravvicinato. Né di poter sostenere la sua vicinanza senza ribrezzo. E in effetti il ribrezzo c’era, ma una sorta di curiosità antropologica la controbilanciava. Mi ha fatto avere un ghigno di compassione sulle labbra. Per borghezio, sì, ma anche per il suo camerata di merende, il prosperini, ferocemente nazialleato, e un tal buscemi, assessore alla sicurezza, di forzaitalia, caricatura del forzaitaliota. Poi però il ghigno si è allentato e si è piegato in sdegno, e rovesciato in vomito.

Mi avevano telefonato dalla casa editrice, Ci ha chiamato un giornalista di Telelombardia, vorrebbe fare una trasmissione sull’immigrazione a partire dal tuo libro. Era un baraccone, invece, una fiera di fiere, una cagnara.
Inizio leggendo un brano del libro, quello di Abdelali, leggo del valium e del tavor che gli davano nel CPT per curare il suo tumore. E dico che lager significa campo, e il campo è il luogo dove il diritto è sospeso, dove è spezzata l’universalità del diritto, ché per gli immigrati vige un diritto speciale. Entra il borghezio, buona padania, dice. “Lo leggerò con attenzione perché deve essere tutelato in ogni situazione un trattamento umanitario”, così esordisce (ovvio, non è la persona che deve essere tutelata, questo è il primo di una lunga serie di lapsus linguae che espongono l’osceno). La decenza dura poco, però, il tempo di un enjambement: “In Europa non vi sono casi di trattamento disumano, anzi bisogna dare atto di sforzi incredibili per un’accoglienza umanitaria”.
Più avanti entra Buscemi, una giacca e cravatta forzaitaliota a me prima ignota, che dice di aver la delega ai “rifiuti”, oltre alla sicurezza. Lo dice per negare immediatamente che vi sia una qualche attinenza col tema della serata (“per amor del cielo!”), ma è un gioco tanto sporco quanto stupido. Questi sono rimasti a un’età mentale della prima infanzia, almeno questo dalla serata lo ricaverò.
Torna il borghezio. Questi non sono lager, ribadisce. E dice alcune verità: “E allora come definiamo Guantanamo?” (Lager, appunto, ha la stessa identica forma giuridica e concettuale). “Questi sono come il preteso scoop dell’Espresso, racconti fatti che non hanno portato a niente, non c’è stata nessuna condanna” (Vero anche questo, solo che l’ineffettualità non dice della falsità degli scoop ma delle complicità del sistema). “Emerge un pezzo di’Italia che sarebbe fuori dalla legge” (Bravo borghezio, vedi che se ti applichi puoi arrivarci anche te).
Dalla mia parte ci dovrebbe essere, oltre a Occhi di Rifondazione e all’avvocato Massarotto del Naga, anche la responsabile immigrazione della Cgil. Sono perplessa nel chiamarli lager, dice. Sono brutte prigioni. (Va bene, non sei obbligata a leggere il libro. Ma una riflessione sopra ce la potevi anche fare. Le prigioni appartengono al diritto penale. I CPT ne stanno fuori). Più volte nella serata mi chiederò da che parte stia - come quando provo a enunciare, tra le grida dei mostri, una modesta proposta, quella del visto per ricerca di lavoro, elaborata a suo tempo dalla Cgil nazionale: ma la responsabile locale della Cgil non la conosce, si sente messe a un angolo dai mostri e mi allontana da sé, Lui è uno scrittore, dice, l’Ulivo ha altre proposte. In che mani siamo. (E appena prima alla giacca e cravatta di buscemi avevo ricordato, Quando sento la parola cultura metto istintivamente la mano alla pistola – Vale anche per la compagna della Cgil).
Irrompe prosperini, Sono hotel a due stelle, dice, belle e comode casette, stanze belle e pulite, il personale della croce rossa a disposizione. Se poi chi ci va dentro è un animale, non è mica colpa nostra!
Animali e delinquenti sono gli immigrati per prosperini. E più avanti, durante una pausa pubblicitaria, aggiungerà: Bestiacce. Sono i fuori onda che rivelano la natura criminale di questi epigoni delle SS. Quando prosperini inneggia a Pinochet, che ha saputo mettere in riga i cileni. Quando – l’unica volta che ho avuto lo stomaco di rivolgergli la parola, e di chiedergli come faccia a vivere con quell’odio in corpo – mi risponde: L’odio e la vendetta sono i piaceri della vita. Quando spiega che lui, in qualsiasi situazione, sarebbe in grado di emergere, di comandare, e sarebbe in grado di trovare un lavoro: il killer. Anche lei troverebbe sempre un lavoro, dice al giornalista, lei potrebbe sempre fare la checca.
E’ nella sospensione dell’evidenza che si denuda, in battute esibizioniste, deliri di onnipotenza, cinici infantilismi, “l’anima” di questi “uomini”. Qui è l’osceno. Il vero osceno. E il punto più basso dell’osceno sta nella solidarietà della giacca e cravatta di buscemi con i suoi camerati di merende, con i loro ammiccamenti machisti e tribali (come le corna in una foto di scuola). Nelle loro bocche sudice perfino il Taj Mahal diventa materia per deridere i negri, prosperini e buscemi beffeggiano inascoltati un biologo somalo con una maglietta indiana.
Mentre si dipana la catena dell’osceno, i telespettatori vedono gli spot: Sex Unisex – il profumo che accende il desiderio. E’ questo che “si” sta dicendo: vi è concesso alimentare il desiderio, e chi fa la guardia al vostro privilegio sono questi cani da guardia inneggianti a Pinochet. Due sere dopo, alla presentazione milanese, Lorenzo Valera noterà che nei racconti di Lager Italiani ricorre il “desiderio” – ovvero ciò che ai negri non dev’essere concesso, essendo loro mere macchine produttive.
La catena dell’osceno porta i suoi fiori fecali in superficie, dove la cagnara impedisce, a un occhio poco attento, di cogliere l’immondo, il falso eretto ad assoluto. Ma talvolta ci si fa largo, a forza di parole appuntite. Come quando dico della mia visita al CPT di Lamezia, di tutte le persone che ho incontrato, per la gran parte gente che lavora in Italia da anni. E in che lingua ci hai parlato, dice il prosperini, in maruchìn? No, prosperini, ci ho parlato in italiano, questa è gente che sta in Italia da anni, e questo dimostra che tu non conosci la realtà. Vende ombre in forma di feticcio, il prosperini.
Come il borghezio, che dà sempre sulla voce, che se la prende con il falso buonismo, dall’alto del suo vero cattivismo. E come la giacca e la cravatta di buscemi, che mi grida contro, Ma dove vive lei, nel mondo della musica? Troppe sono le immondizie verbali che dovrei riportare, sono troppe e vorrei dimenticare. Ma ricordo. E tutte le immondizie sono concentrate in quella mano grassa e sudata di borghezio a un centimetro dalla mia faccia, Non parlare più di delinquenti, gli dico, Qui l’unico delinquente sei tu, che hai picchiato un bambino marocchino e hai dato fuoco a un dormitorio di migranti, Non è vero, grida isterico il borghezio, e la sua mano freme a un centimetro dalla faccia, e io gli dico Dai borghezio, dai che non vedo l’ora di farti avere un’altra condanna, e lui desiste, ci sono le telecamere, anche se questo è il fuori onda, anche se questo è il regno dell’osceno.

(il resoconto si trova su Nazione Indiana, qui, con relativi commenti).

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sabato, 15 luglio 2006

Sui tetti.

Giovedì sera ho presentato il libro all'Arci Scighera, alla Bovisa di Milano. Bella presentazione, con il mio amico Franz Krauspenhaar, Pietro Massarotto (l'avvocato che era con me anche nell'allucinante serata borgheziana), due bravi attori (Marta Marangoni e Nicola Cavallari) che hanno letto brani del libro (ed è stato emozionante, per me), e l'ospitalità di Lorenzo Valera (che ha dato una bella lettura del libro) e compagni. Ho pure suonato qualche canto di emigrazione (e non potevo non pensare al recente emigrato interstellare Syd Barrett, con la sua Dark globe).

All'uscita, riaccendo il telefono. C'è un numero che non riconosco. Lo chiamo. Sono un amico di L., dice. Dal CPT di Lamezia. Sono venuti a prenderlo, lui è salito sul tetto. Ha ingoiato una pila, otto uova marce, si è tagliato con una lametta. Non vuole partire. L., nel centro, mi aveva preso da parte, Io non posso partire, in Romania rischio, se torno fanno male a me e ai miei, è la mafia, questione di soldi. La questura aveva giudicato irricevibile il suo ricorso contro la mancata concessione dell'asilo. Secondo Alessandra Ballerini non è legittimo quel rifuto, proprio ieri ci eravamo attivati per intervenire in questa situazione. Loro hanno fatto prima, non hanno tempo da perdere, deve andarsene. Chiamo Alessandra, e tutti quelli che posso. Ne rintraccio pochi, l'ora è tarda. Trovo Simonetta Crisci, un altro avvocato di Roma. Nel frattempo L. scende dal tetto. Non rischiare troppo, gli dico, fatti portare all'ospedale. Ci stiamo attivando Un po' sì, dice, devo rischiare. All'ospedale ci va alla mattina, poi lo riportano nel centro. Con gli interventi di Alessandra e Simonetta forse qualcosa riusciamo a ottenere, vediamo.

I sessanta giorni di L. scadono il 28. Se esce torna a Bari, dove abita. Spero di trovarlo quando scendo in Puglia per il libro, i primi di agosto.

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mercoledì, 12 luglio 2006
Fiere.
 
Lo racconterò ai nipoti, se ne avrò, nelle sere d’inverno. La trasmissione di ieri sera su Telelombardia sull’“immigrazione clandestina” ha il tono dell’epopea. Non sono ancora in grado di farne un resoconto ordinato, devo rimettere in ordine le cose e le parole. Ne sono uscito devastato, ché è difficile far fronte a una tale carica d’odio, a una tale violenza verbale. Un baraccone dove era impossibile fare un discorso. Ma l’osceno accadeva, appunto, durante gli intervalli pubblicitari. Quando Prosperini si alzava e alzava lodi a Pinochet. Quando, a fronte di una mia domanda (l’unica volta in cui mi sono rivolto direttamente a lui), “Come fa a vivere bene con quella carica d’odio in cuore”, lui dice “l’odio e la vendetta sono i piaceri della vita”. “Animali” e “delinquenti”, questo sono i maghrebini per i Borghezio e i Prosperini. A un certo punto ho detto a Borghezio che era lui il delinquente, visto che è stato condannato per aver picchiato un bambino marocchino e per aver incendiato un dormitorio di immigrati. Mi si è avventato contro, minacciandomi di querela,con la sua manona a un centimetro dalla mia faccia che fremeva. Fai pure Borghezio, non vedo l’ora di farti prendere un’altra condanna. Non l’ha fatto. Ma lo squadrismo dei due omoni era ben fiancheggiato dallo squadrismo in giacca e cravatta dell’assessore regionale alla sicurezza, di Forza Italia, che mi ha detto di aver parlato di lager per far scandalo e vendere libri. Ho già spiegato perché lager,  ho detto, se non avete capito non ve lo rispiego. E poi: E’ vero, non vedo l’ora di fare i soldi, quando li faccio passo a Forza Italia.
La gente capisce, basta guardarvi negli occhi per capire chi siete, quanto odio avete in cuore, quanta violenza in corpo.
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sabato, 08 luglio 2006
Salendo da Lamezia è un cartello a indicare senso e direzione: “Centro di accoglienza. Cooperativa sociale Malgrado Tutto”. L’accoglienza è quella del CPT definito nel 2003 da Medici Senza Frontiere “il peggiore d’Italia”, gestito da una “cooperativa rossa”, il cui presidente Conte ha la tessera Ds nel portafoglio. La detenzione è mascherata tra gli ulivi, un cordone di silenzio teso tra i migranti e il mondo di chi ha la parola. Fuori dal CPT siamo in una settantina a levare parola contro quella menzogna. Uno striscione, “CPT: Malgrado Tutto Conte e Giovanardi ci fanno i miliardi”, la firma in calce dell’associazione cosentina Kasbah, che lavora con profughi e migranti e il cui obiettivo, qui, è semplice e chiaro: chiudere questa gabbia. “Fateci uscire – gridano da dentro – Non siamo cani”. Entro con il neodeputato Francesco Caruso, e raccolgo storie, fatti. L’avvocato Alessandra Ballerini sta al telefono e mi aiuta a capire che cosa è possibile fare per tutti questi ragazzi che ci fanno calca intorno e vogliono raccontarsi, sperando che ci sia possibile individuare una smagliatura in quella rete che possa allargarsi fino a farli uscire dalla gabbia. Dragan è serbo e vive in Italia da 19 anni. Ha un accento a metà tra il serbo e il napoletano. A Casoria ha moglie e quattro figli minorenni, tutti nati lì. Un mese fa è andato in ospedale per trovare un parente, sono arrivate tre pattuglie e lo hanno preso. Da due anni lavorava come meccanico, però al nero, e quel lavoro non conta, così come non conta il nulla che si è lasciato in Serbia, dove non ha più niente e nessuno e dove lo vogliono rimandare. Dragan non è il solo: sono tanti nella sua situazione, e raccontano. C’è anche chi è stato come rapito durante una trasferta di lavoro in una camera d’albergo con moglie e figli. Tutti dicono, Non è giusto. Un paio vogliono fare una dichiarazione, “filosofeggiare” dice uno, come fosse il solo modo per salvare la propria essenza umana: un distinto signore della Costa d’Avorio mi dice, “Chiedo al governo Prodi di cancellare al più presto quella legge vergognosa che è la Bossi-Fini”. Alcuni ragazzi, per salvarsi, salgono sui tetti, e rispondono alla solidarietà dei calabresi al di là della rete. All’una qualcuno intona la preghiera dell’Islam. Nessuna di queste persone ha ricevuto una pur minima assistenza legale. Siamo noi a dire che possono chiedere l’asilo a un ragazzo iracheno e a uno nigeriano (che mi fa parlare col cappellano del carcere dov’è stato, e il cappellano mi dice che la sua famiglia è stata bruciata durante un conflitto religioso nella Nigeria centro-settentrionale). Alcuni mi dicono che il loro trattenimento è stato convalidato dopo quattro o cinque giorni, quando invece il termine massimo è di quarantott’ore. Ovviamente a nessuno è stato data la copia del decreto di convalida. Del resto quale garanzia di assistenza legale ci può essere in un centro che ha una convenzione con un solo avvocato “di fiducia” (di Conte)? “L’avvocato viene nel centro solo quando c’è da convalidare – dicono – Non parla con noi, e poi non lo vedi più”. Dicono che quando un ragazzo che gli aveva dato trecento euro per un ricorso, non avendo più notizie gli aveva telefonato per protestare, il giorno dopo è stato rimpatriato. Guarda il caso. E pure di cose da fare ce ne sarebbero. Come per un ragazzo rumeno che mi prende da parte per non farsi sentire da nessuno. Ho paura, dice, Io dalla Romania sono scappato, la mafia rumena mi aveva prestato dei soldi, se torno fanno del male a me e alla mia famiglia. Dice che ha fatto asilo, gli è stato negato, e la sua richiesta di fare ricorso è stata giudicata irricevibile dalla questura. Prassi illegittima, questa: lui non dovrebbe essere qui dentro, adesso. Così come non dovrebbe esserci un altro ragazzo rumeno (tralasciando il fatto che tra un anno la Romania sarà nell’Unione Europea) che è venuto in Italia per curare la bambina malata, lasciando un buon lavoro, e qui ha trovato lavoro nero e un’assurda catena di accanimento nei suoi confronti da parte delle autorità. Una parte dei trattenuti (ma il medico di guardia del centro corregge, con la consueta cattiva coscienza: “ospiti”) viene dal carcere. E la loro permanenza temporanea è egualmente assurda, visto che nel tempo della loro carcerazione c’era tutto il tempo di identificarli e rimpatriarli, se necessario, senza infliggere loro un’ulteriore carcerazione. Del resto qui le assurdità si cumulano: come per Bouhram, che racconta di essersi fatto undici mesi di carcere per un nome falso (in realtà, secondo lui, trascritto male, una Z al posto di una B), quando lui aveva sempre lavorato regolarmente, duecento euro al mese di contributi, e un dito perduto per un incidente sul lavoro. Ed è la nostra sola presenza a far liberare Constantin, che dal carcere aveva fatto richiesta di un permesso per motivi di giustizia in modo da poter assistere al proprio processo che si svolgerà a dicembre. Vai a Catanzaro a prenderlo, gli hanno detto quando è uscito. Di lì lo hanno mandato alla questura di Lamezia, da dove è finito direttamente al CPT. Un errore, una dimenticanza. Che stava per costargli molto cara. Tutti dicono che qui è normale essere rimpatriati al cinquantottesimo o cinquantanovesimo giorno, e ti viene il sospetto che questa regolarità sia pensata apposta per incamerare il più possibile la retta pagata dallo Stato per ogni trattenuto, come in una forma di assistenzialismo erogato sulla pelle dei migranti. E’ una terra desolata, qui tra gli ulivi, una costruzione di mattoni a ferro di cavallo con camerate spoglie, bagni sporchi e puzzolenti (“oggi sono puliti perché sapevano che arrivavate voi”), calura (“l’aria condizionata funziona solo quattr’ore al giorno”), un’infermeria sguarnita (pochi i medicinali nell’armadietto, del resto i ragazzi mi dicono che di solito ti danno un Nimesulide per tutto, “non ti preoccupare che non stai per morire”), un cortile dove non si può nemmeno giocare, perché per avere la palla, dicono, bisogna pregare il personale. Nessuno riferisce di maltrattamenti, ma i casi del recente passato – quello di Hadmol su tutti, che di qui è uscito in coma, ed è rimasto paralizzato – ci fanno stare all’erta. Fuori mi chiedono se anche questo è un lager. E come altro si può definire un posto dove si concentra una moltitudine di persone "normali", che non hanno "commesso fatto"?
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giovedì, 06 luglio 2006

I lager sono tra noi.

E' il titolo della recensione al libro che è uscita su Stilos e oggi compare su Nazione Indiana, qui. L'autore della recensione, Franz Krauspenhaar, sarà presente alla presentazione milanese di giovedì 13 luglio, al circolo Arci Scighera, alla Bovisa.

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lunedì, 03 luglio 2006

In margine a Lager Italiani

di Haidi Giuliani

 

Un anno mi sono trovata a lavorare, per un certo periodo, in una scuola elementare di Ladispoli. Si trattava di una sede distaccata: poche aule ricavate nell’oratorio di una chiesa, dove il custode, dopo l’ingresso degli alunni, chiudeva a chiave il cancello e se ne andava a pescare. Naturalmente ho subito denunciato, anche se inutilmente, al direttore e agli organi competenti la situazione di pericolosità; ma non si trattava solo di questo. La classe che mi era stata affidata, una seconda, era formata da bambini e bambine di sette, otto anni e un gruppetto di pluribocciati di dieci o undici; questi ultimi avevano ricevuto l’incarico, dalla collega che mi aveva preceduto, di “tenere buoni” i compagni: i piccoli kapò svolgevano il loro compito in modo rapido ed efficace, anche se non indolore, e la collega aveva potuto vantarsi di una disciplina esemplare. Ho sempre pensato che i bambini sono la nostra parte migliore ed anche in quel caso, con molta pazienza e buona volontà, sarebbe stato possibile modificare profondamente i rapporti all’interno della classe (non basta cambiare le disposizioni, occorre far maturare le coscienze), come già stava accadendo quando me ne sono andata. Non ho più saputo niente di loro ma spesso mi tornano in mente, associati all’immagine del cancello che ci chiudeva dentro, ci separava dalla vita di fuori, dalle mamme che se ne andavano al lavoro o al mercato.

Ogni cancello che si chiude può aprire la possibilità a sopraffazioni e a soprusi, soprattutto quando non vi siano da una parte una forte coscienza dei propri doveri e dall’altra una altrettanto forte coscienza dei propri diritti. Scrive Erri De Luca nella prefazione al libro: “Oggi si condannano senza alcun grado giudiziario degli esseri umani a scontare pena in un recinto di appestati. E’ la nostra storia delle colonni infami e un giorno dei figli chiederanno certo conto ai padri di quello che hanno lasciato fare, permesso, incoraggiato col silenzio”.

I ragazzi e le ragazze che vanno a protestare fuori dai cancelli dei CPT, manifestando la propria solidarietà ai migranti, non aspettano quel giorno, lo fanno ora. Chi “assalta” le mura di quei luoghi di detenzione e di abuso, rischiando denunce e condanne, non lo fa certo per interessi personali, non è nemmeno pazzo: risponde ad un bisogno insopprimibile di giustizia, ora. Non aspetta Alessandra, infaticabile avvocato di cause disperate. E non aspetta Marco, musicista e poeta, che ci regala questa sua fatica,  raccogliendo testimonianze, riflessioni, racconti veri, documentazioni precise, fatti incontestabili, per scuotere le nostre coscienze addormentate o arrese.

E noi, tutte e tutti, che cosa aspettiamo?

postato da: MarcoRovelli alle ore 15:55 | Permalink | commenti (3)
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