giovedì, 29 giugno 2006

Achtung, banditi.

La presentazione di ieri a Torino era a piazza CLN. Un nome che stupisce, bello, potente, che ancora risuona degli echi del vento del Nord, chiamando a raccolta i desideri dei resistenti, tutti.

Quando sono arrivato ho visto una volante della polizia appostata lì davanti. In automatico,  mi sono messo la cintura. Non sapevo che erano davvero lì per me. Ma non per la cintura. Me lo hanno detto, alla fine del bell'incontro con Andrea Bajani, i responsabili della Feltrinelli, presso i quali le guardie si sono informate di quanto accadeva. Erano lì presenti di vedetta per controllare. Ho pensato a Said, a quanto poteva esser stata sconveniente per loro la presentazione bolognese con la sua presenza, e tutto quello che è accaduto immediatamente dopo. Ma al di là di Said, è l'argomento in sè a essere pericoloso, e soprattutto di loro competenza. I migranti sono affar loro, questione di ordine pubblico, dunque anche chi se ne occupa non può che essere affar loro, questione di ordine pubblico.

Per loro noi siamo i banditi di piazza CLN.

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martedì, 27 giugno 2006
La settimana prossima scendo in Calabria, in una delle terre dove più impestate dai CPT. Giovedì 6 sera presenterò il libro a Reggio Calabria, e la mattina seguente sarò con le associazioni antirazziste a Lametia Terme, per un'iniziativa fuori e dentro il CPT. Pubblico il comunicato stampa di stamani.
CPT : Dopo Crotone la protesta si allarga a Lamezia Terme.
 
Dopo la rivolta dei giorni scorsi nel centro di prima accoglienza ed identificazione di S.Anna a Crotone, e la fuga di 30 migranti, anche a Lamezia Terme, nel CPT gestito dalla cooperativa Malgrado Tutto, ieri si sono registrati episodi di protesta. Un giovane romeno è riuscito ad arrampicarsi sul tetto della struttura e per oltre un’ ora ha minacciato di gettarsi nel vuoto, reclamando spiegazioni circa i motivi della sua reclusione. Le condizioni di vita all’interno del Centro di Permanenza Temporanea, già di per se insostenibili a causa del sovraffollamento e delle scarse condizioni igieniche, sono peggiorate ulteriormente con il gran caldo di questi giorni. Questo episodio va a sommarsi ai numerosi e frequenti altri casi di autolesionismo che accompagnano la vita all’interno dei CPT di tutta Italia. Solo pochi giorni fa, sempre a Lamezia, un anziano signore marocchino si è inflitto delle ferite per richiamare l’attenzione. La sua storia ha dell’incredibile: in Italia da oltre 20 anni con famiglia e figli, rischia di essere espatriato nel suo paese di origine per aver venduto alcuni CD contraffatti. Storia inversa, ma altrettanto drammatica quella di albanese di 28 anni che, dopo aver scontato 7 anni di carcere nel nostro paese, vorrebbe tornare in Albania per riunirsi con i propri genitori, ma da oltre due mesi è recluso in un CPT in attesa che gli venga assegnata una scorta. Dopo la presa di posizione del Cardinale Martini, che ha definito queste strutture come una trasgressione alla Dignità dell’Uomo, domani a Cosenza è previsto un incontro di discussione sulle condizioni dei CPT in Calabria tra l’Arcivescovo Nunnari ed alcuni giornalisti locali. Le associazioni e i singoli cittadini interessati alla questione si riuniranno domani presso la sede di Radio Ciroma, in piazzetta Toscano, alle 16.30 per discutere dei gravi episodi degli ultimi giorni. Infine è stata rinviata solo di qualche giorno la visita dell’On.Francesco Caruso che visiterà con una delegazione di parlamentari proprio il CPT Lamezia Terme.
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giovedì, 22 giugno 2006

Finalmente troviamo qualcuno che ci dà ragione.

 

Così ha detto Said alla giornalista di Radio Città del Capo dopo che il sostituto procuratore Marzocchi ha comunicato alla questura di non concedere il nulla osta alla sua espulsione in quanto parte lesa nel processo per il pestaggio nel CPT di via Mattei.

Il 20 luglio – quando io sarò, come ogni anno, in piazza Alimonda - Said sarà alla prima udienza del suo processo.

Oggi siamo felici. Anche se l’esistenza di Said continua a essere sospesa, la sua gioia è la nostra gioia.

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giovedì, 22 giugno 2006

Oggi sul Giornale (quel Giornale là, sì, proprio quello...).

Don Gallo scomunica la Turco e Napoletano

di Paolo Bertuccio

Il sacerdote boccia i Centri di permanenza temporanea e chi li ha inventati

Don Gallo a ruota libera, come sempre. Partire da un argomento per poi spaziare a trecentosessanta gradi, con linguaggio schietto e diretto, sui temi sociali e politici: lo stile del sacerdote barricadero, si sa, è questo.
Il pretesto, stavolta, è stata la presentazione martedì sera del libro «Lager Italiani» dell'intellettuale anarchico Marco Rovelli, un crudo dossier contro i centri di permanenza temporanea per gli immigrati clandestini. Nella sala del teatrino degli Zingari, a pochi passi dalla comunità di San Benedetto al Porto, insieme all'autore e a don Gallo siede anche Heidi Giuliani in veste di moderatrice, proprio nel giorno della notizia della richiesta di riapertura delle indagini sulla morte del figlio Carlo.
Nessun accenno alla vicenda, comunque, da parte della futura senatrice. Lo scopo della serata è quello di esprimere il dissenso della sinistra radicale nei confronti dei Cpt, ritenuti illegittimi e quindi da chiudere immediatamente, senza condizioni, perché «privano i migranti della propria libertà personale», sottolinea Rovelli.
Ed è la signora Giuliani a rincarare la dose, ricordando come «chi protesta contro questi centri rimanga spesso vittima della repressione». Ci vuole però don Gallo a ricordare a chi si debba l'invenzione dei «lager italiani», che saranno pure «retaggio delle dittature nazifasciste», ma sono stati contemplati per la prima volta due "teste pensanti" della nostra sinistra».
È qui che decolla il don Gallo-pensiero: «Bisogna stare attenti a chi si nasconde dietro la maschera del progressismo e pretende di migliorare le condizioni dei clandestini reclusi in queste strutture». Migliorare? Ma non scherziamo: «La soluzione è la chiusura, per ripristinare la libera circolazione delle persone. Che colpa hanno i "migranti" chiusi nei Cpt? Quella di essere clandestini, ed è da vedere se si tratti veramente di una colpa. Per questa gente i nostri cari "sinistri" non faranno niente, vedrete».
La preoccupazione del prete no global per il clima tutt'altro che rivoluzionario che si respira ultimamente dalle parti del centrosinistra è forte: «Basti pensare a cos'è successo alla senatrice Menapace, che si è permessa di criticare le Frecce Tricolori». Ma cos'altro è la prestigiosa pattuglia aeronautica, se non «un gruppo di acrobati che costano allo Stato un sacco di soldi? Li mandino al circo, non in guerra».
Anche Heidi Giuliani, prima ancora di aver messo piede a Palazzo Madama, scherza amaramente sul suo futuro incarico. Quando don Gallo si dice orgoglioso di avere finalmente un'amica senatrice, la signora mormora: «Sì, se non me ne vado via prima».
I nemici sono un po' dappertutto, secondo don Gallo, che non dimentica comunque di rivolgere un pensiero ai «fascisti», e cioè An, Lega e partiti affini, «quelli che, dipendesse da loro, gli zingari li butterebbero a mare», dice riferendosi alla polemica sull'assegnazione degli alloggi ai rom. Ad ogni modo, «i fascisti non mi preoccupano più di tanto, perché si sa già come sono. Io ho paura di quelli che dovrebbero essere nostri amici. Bisogna smascherarli, invece».
Perché il momento è brutto, e gli scenari dipinti da don Gallo sono tutt'altro che rosei: «Il potere religioso è alleato con quello politico: tutto ciò che è peccato, come l'aborto, è anche reato». E nelle sue ormai celebri peregrinazioni da un tema all'altro, il descamisado sacerdote non resiste alla tentazione di rallegrarsi forse un po' eccessivamente per lo scandalo che vede coinvolto Vittorio Emanuele di Savoia: «Finalmente un sangue blu in prigione: gli farà bene». Amen.

Nota dell'intellettuale anarchico: E' evidente che don Gallo non ha mai detto che "è da vedere se si tratti veramente di una colpa" essere clandestini. E' evidente che essere clandestini (e qui don Andrea ha citato l'amico e fratello Manu Chao) è tutto fuor che una colpa. Ed è evidente che di questo fatto i giornalai non riescono nemmeno a comprendere la possibilità di senso.

Amen, amen.

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mercoledì, 21 giugno 2006
Alla posta di questo blog è arrivata una lettera aperta. La pubblico e rispondo.
 
LETTERA APERTA AD ERRI DE LUCA

Torino, 16 giugno 2006

Egregio Signor De Luca,
ho letto recentemente la premessa che Lei ha scritto per Lager italiani, il libro di Marco Rovelli pubblicato dalla Bur. Ho letto anche il libro.
Conosco bene, di persona, una delle storie contenute nel testo e sono tra quelli che gioiscono tutte le volte che degli stranieri riescono a fuggire da un Cpt o quando - caso più unico che raro - un Cpt chiude. Quella Sua premessa, insomma, la condivido in buona parte, anche se non del tutto. Ma c’è qualcosa che non torna.
Se Lei non appartiene alla schiera sempre più folta dei violentatori del linguaggio - quelli che chiamano «missioni di pace» la guerra, «centri di accoglienza» i lager per stranieri, ecc. -; se Lei pensa che le parole possano ancora definire delle cose, precise e concrete; ecco, se è così, quella sua premessa ha bisogno di una precisazione.
Oggi, ci sono due persone che sono in carcere - da più di tredici mesi - accusati di aver fatto quello che Lei, nella Sua premessa, dice che bisogna fare: aiutare gli internati a fuggire dai Cpt e tentare di abbattere queste strutture infami. Si chiamano Salvatore Signore e Saverio Pellegrino, e sono di Lecce. Anarchici, e per questo nemici delle frontiere e poco propensi a tentennamenti quando in gioco c’è la libertà, anche quella altrui. Ad essere sotto processo insieme a loro sono in undici, molti liberi, due agli arresti domiciliari, uno in libertà vigilata.
Allora, tra i «pochi nomi di italiani da salvare dal macero» - uso le sue parole - debbono esserci intanto i loro, senza nulla togliere all’avvocato Ballerini. E insieme ai loro quello del loro coimputato che recentemente ha «sputato in faccia a un persecutore di oppressi»: si chiama Sandro, è stato denunciato per “vilipendio alla religione di Stato” e crocifisso dai giornali per aver sputato sul bavero di Don Cesare Lodeserto, l’aguzzino del Cpt di San Foca.
Invece, quei nomi, adesso come adesso, sono sepolti dal silenzio vergognoso della loro città e, peggio ancora, di tutto il movimento contro i Cpt, di tutto il movimento che da una parte grida «chiudiamo i lager», oppure «facciamo fuggire gli internati», e dall’altro non ha trovato il modo per farlo. Di un movimento che urla parole d’ordine e poi abbandona chi è accusato di averle messe in pratica. Il libro stesso di Rovelli, così preciso e ben documentato, dedica a quei nomi una sola, striminzita, nota.
Ecco, la mitighi, allora, quella sua premessa. La riscriva meno precisa e tagliente: c’è il rischio altrimenti che qualcuno la prenda troppo sul serio, e faccia seguire la pratica alle affermazioni di principio.
Potrà tacere, allora, signor De Luca? Potranno tutti quanti continuare a tacere?
Distinti saluti,


Ps. Le invio qui in allegato un poco di documentazione su questa vicenda, documentazione raccolta da Internet. Alcune cose sono un poco vecchie; andrebbero aggiornate, in sintesi, così: «Gli arrestati sono ancora in carcere, a sei mesi dall’inizio del processo. I giornali del posto e la sinistra locale continuano ad ignorare il caso. Intanto Don Cesare Lodeserto è stato quasi del tutto riabilitato. In città gira con la scorta, ma tutti gli portano di nuovo rispetto, diessini e margheritini per primi. Il vescovo Ruppi, il padrone del lager ormai chiuso, ha ricevuto dalle mani del cardinal Sodano un messaggio in cui il Papa tedesco loda la Curia leccese per la carità dimostrata nell’accoglienza dei migranti: a gridar loro “stronzi” c’erano in piazza soltanto i soliti pregiudicati anarchici, amici degli arrestati. Il resto della città era troppo impegnata a battere le mani a un vescovo aguzzino, a un cardinale bugiardo e ad un vecchio inquisitore tedesco.»
 
Manuela,
la lettera è indirizzata a Erri, non a me. Dunque lascio che risponda lui, se ne ha voglia.
Ma visto che per conoscenza l’hai mandata anche a questo blog, presumo che tu chieda qualcosa a che a me. E io ho voglia di dirtelo, visto che critichi il fatto che io abbia dedicato “una sola, striminzita nota” agli anarchici leccesi preventivamente carcerati da tredici mesi, con un trattamento che non viene riservato nemmeno ai mafiosi.
 
Il mio libro è nato per raccontare le vite dei migranti: sono quelle vite, quei corpi, il senso stesso del politico. Dare voce a chi non ha voce, questo è ciò che ho voluto fare.
Nella seconda parte del libro ho dato dei materiali di riflessione sulla genesi e sulla realtà dei CPT, insomma ho tracciato lo scheletro concettuale di quelle gabbie in cui sono reclusi i migranti: ho aperto il retrobottega, diciamo, in relazione alla prima parte, dove c’è la narrazione delle storie.
E’ evidente che in questo disegno complessivo del libro non trova posto un ragionamento sulle forme di lotta contro i CPT – che avrebbe implicato cambiare punto di vista, non più dei migranti, ma degli italiani. E non era questo che mi interessava fare. Volevo mostrare ciò che fino ad ora è sfuggito alla vista, non dare indicazioni sulle strategie politiche (ciò che, mi pare, avresti voluto da Erri, ma evidentemente anche da me).
Volevo dire il che, non il come. Il come è da fare, e su questo il dibattito è aperto, e sono i soggetti sociali che lo fanno, nella praxis sociale. Il che è lì, davanti agli occhi, e volevo raccontarlo, riscriverlo, esporlo. Volevo che su questo tutti quanti profondino lo sguardo. Non è un che fare, il mio. Non è un manuale di lotta. La lotta viene da sé, non può che venire da sé, nel momento in cui si prende coscienza delle cose. Ed è in quelle cose di cui si è preso coscienza che la lotta si fa. Ed è lì che ognuno sceglie il proprio che fare.
Un libro indica l’orizzonte. Poi si tratta di camminare.
Se no è ideologia.
Mi pare insomma che ciò che recrimini è il fatto che io non abbia concepito il libro in un altro modo. E allora scatta la critica (che è più che legittima), e - ma spero che non sia così - l’accusa (che non è legittima). Troppo spesso ho visto, in giro per l’Italia, che tra chi vorrebbe un altro mondo c’è una coazione a dividere, a sospettare sempre e comunque la malafede dell’altro, piuttosto che a cogliere le opportunità che si presentano per cominciare un cammino nuovo, più ampio e condiviso. Spero di sbagliarmi, sia chiaro. Spero davvero che questa sia un’opportunità concreta di affrontare un problema concreto, non al di là delle differenze reciproche, ma proprio a partire dalle differenze.
 
Voglio dire una cosa però su un appunto che muovi a Erri. Quanto agli italiani da salvare dal macero, tu dici che in primo luogo loro debbono esserci anzitutto Salvatore e Saverio. Loro sono meglio della Ballerini, dici in sostanza.
Ora, io a loro ho manifestato pubblicamente la mia solidarietà a Salvatore e Saverio: l’ho fatto a Viterbo, a Genova, a Pisa, e dove altro ho potuto – a cominciare dal mio blog, alderano.splinder.com, nel post del 18 maggio 2005, dove sono stato molto chiaro.
Ma posso dissentire dalla diversa scala di priorità che stabilisci, o se dissento sono immediatamente un traditore? A me pare che fare graduatorie e priorità di questo tipo sia assurdo. (E se poi, mi costringi a ragionare per e nell’assurdo, posso avanzare il dubbio che sia più facile sputare in faccia a un prete come Lodeserto che non spendere ogni goccia del proprio tempo e del proprio denaro come fa l’avvocato Ballerini?). Io dico che l’azione dell’avvocato Ballerini è una forma politica di lotta efficace, concreta, che ha a che fare non con l’ideologia, ma con le vite stesse dei migranti, con il loro pre-politico (i loro bisogni) e con il loro politico (nel momento in cui si crea un diritto nuovo).
 
In un commento al primo post di questo blog, firmato da “alcuni solidali” (che però dicono di non avere letto il libro, dunque qualcosa potrebbe essergli sfuggito, quanto al senso complessivo, no?), c’è scritto: “Tacere su una realtà così importante equivale a tacere su tutto.…”. Mi rivolgo direttamente a voi, adesso: questa forma logica distruttiva sinceramente mi spaventa. La conseguenza, sempre logicamente parlando, dovrebbe essere che il fatto che i migranti abbiano finalmente parlato in prima persona secondo voi non conta nulla: le loro parole non hanno rotto il silenzio. E poi mi pare che qui si dica: se questi sono lager, allora la forma di lotta prioritaria è quella che facciamo noi. Io, ancora, non credo che ci siano priorità siffatte. Io credo nelle differenze, credo che la diversità delle pratiche di lotta sia feconda e necessaria, e che nessuno possa mettere in scala le differenze. Dire “tutto o niente”, “ o con noi o contro di noi” – a me pare un modo di procedere che non porta da nessuna parte: so che vi irriterete, ma io dico che questa è ideologia, a forte rischio di settarismo.
 
Dopodichè, io continuerò a manifestare pubblicamente solidarietà. Nel libro l’ho fatto in una “nota striminzita”, perché il senso del libro era altro, e ho spiegato quale; ma pure il senso di quella nota era molto chiaro, fuori da ogni equivoco. Tanto che quando XxekoxX mi ha proposto di scendere in Puglia per far conoscere la vicenda più di quanto non lo sia adessomi sono messo subito a disposizione. E dunque?
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martedì, 20 giugno 2006
Razzismi quotidiani.
Ho appena presentato il libro a Pisa, nel gazebo davanti alla libreria Tra le righe. Accanto c’è piazza dei Cavalieri. Lì l’acustica risuona, notti di canto l’hanno sperimentata. Entro al bar con un nuovo amico, per un vino. Arriva un messaggio nel telefono, Said ha avuto il foglio di via, cinque giorni per lasciare il territorio italiano. E’ la notizia migliore che si potesse sperare. Tornato liberamente clandestino...
Dopo cena, dov’era anche Alì – un fratello, ormai – andiamo verso una piazza di Pisa, dove scola la notte. C’è un pub dove spesso vanno i militari di Camp Darby. Una bella ragazza bionda, dai seni offerti, si siede sulla panca con noi. E’ Marco a conoscerla. Dice del suo ragazzo, ne mostra la foto, i contorni sagomati, i baffi folti, il basco viola dei parà. E’ il mio uomo, dice. E’ in Iraq. E’ andato lì per aiutare gli iracheni. Ieri mi ha telefonato. Voglio tornare, ha detto. Pensava di andare lì a fare Rambo. Invece non è così.
Aiutare significa essere Rambo, dunque, questo mi scuote, non c’è scarto, contraddizione, aiutare l’altro significa ammazzarlo, punto.
Due minuti fa Alex diceva che il suo uomo era bello, adesso dice, Ma come? Rambo? Che ci sta a fare in Iraq? Lei dice Sì, Rambo. Anzi, diciamo pure che sono fascista.
Esco dall’angolo buio, cerco i suoi occhi, Cosa significa essere fascista? le chiedo. Lei mi guarda con sguardo inquisitore, Da un punto di vista storico o sociologico? dice. No, dico, Cosa significa essere fascista e basta, di pancia, uno due tre. Lei ci prova a essere sincera, strappa da sé la sua verità, me la butta in faccia.
Gli immigrati non devono venire in Italia, castrazione chimica, i pedofili devono essere uccisi.
Mi spiace per tutto l’odio che hai nel cuore, le dico, non mi viene da dire altro, non so dire altro. Tu lo sai di avere tanto odio nel cuore, le dico ancora.
Sì che lo sa. Mi guarda e dice, Ma tu cosa fai di produttivo nella vita? dice, A cosa sei utile? Così dice, A cosa sei utile. Se qualcuno non sa odiare non trova posto nel suo mondo, non ha luogo proprio nel suo cosmo.
Marco dice, Guarda, e le dà il mio libro. Non vorrei, vorrei restare in quello sguardo sospeso, ma lei adesso guarda il libro, non vede altro che il suo titolo, Lager Italiani, e dice, Tu prendi frasi qua e là e le strumentalizzi, tu non ascolti quel che dice la gente, cosa scrivi a fare libri? Morsa dalla tarantola della cattiva coscienza, s’immagina che io scriva un libro su quelli come lei. E in parte è così, certo.
Alex odia i fascisti, ma prova a parlare, quando non c’è luogo proprio per i discorsi in quel cosmo senza ragione. Tuo nonno era immigrato in Argentina, le dice, Non lo sai?
Vede i suoi occhi freddi e troppo distanti, che non accettano incontro, Sei anacronistica, le dice Alex, Una donna come te andava bene al tempo di Hitler.
Lei continua a guardarlo con occhi imperturbabili. E’ passata dalla parte della forza. Alex si perde nella sua rabbia, nella sua disperazione che è la mia. Fai schifo, le dice. Un prete non lo avrebbe fatto, ma non è la pazienza ad abitarci.
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sabato, 17 giugno 2006

Più buio.

Said se lo sono andati a prendere stamani, al dormitorio. La mossa di farlo intervenire, di esporlo in piena luce per salvarlo - non ha pagato. Magari erano lì a spiarci anche quando eravamo a berci una birra, giovedì sera, dopo la presentazione. Di certo sapevano già tutto di lui, ché Said è troppo scomodo, e deve sparire. Così stamani lo hanno tirato giù dal letto e se lo sono portati in caserma. Non sappiamo cosa gli stia succedendo, e dati i precedenti c'è da aver paura. Lunedì mattina Said avrà un processo per direttissima. Forse lo rimanderanno direttamente in Marocco - da quel Marocco che ha lasciato quindici anni fa, costretto a farlo perché agli oppositori politici come lui non è consentito restare tranquilli, laggiù - o forse gli daranno il reato di clandestinità, e se lo terranno sei mesi in galera prima di rimpatriarlo.

Bologna, se ci sei batti un colpo. Stai vicina a Said, non lasciarlo solo.

PS Per chi vuole stare vicino a Said, l'appuntamento è lunedì 19 giugno, alle10,30, davanti al Tribunale Vecchio in Via Garibaldi, a Bologna.

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venerdì, 16 giugno 2006
Contro il buio.
La prima presentazione del libro, a Bologna, è andata benissimo. La sala era strapiena. Giusy Marcante, la giornalista di Radio Città del Capo e del manifesto, ha saputo introdurre con parole all'altezza del cuore. E Moni Ovadia ha saputo dare la sua verità, quella di chi non cessa di indignarsi, e di intravedere il mutamento.
Soprattutto, è stata una gioia la presenza di Said, la cui storia ho narrato nel libro (Il buio dentro gli occhi). E' iniziato il processo per il pestaggio che subì il 2 marzo 2003, e la prossima udienza sarà il 20 luglio (una data che dunque acquista altro senso, in un simbolico legame di lotte sorelle). A questo processo Said, come ho già scritto, non potrà partecipare. Il TAR ha confermato l'espulsione. La presentazione del libro è stata un'occasione, allora, per manifestare l'ntollerabilità di questa esclusione, e per sollecitare tutta la Bologna "civile e democratica" (e non necessariamente di sinistra) a essere presente in tribunale, a tenere gli occhi aperti, a non lasciare Said da solo. A stare su questa vera e propria frontiera della democrazia.
Intanto, i CPT - di cui Amato ha promesso il raddoppio - continuano a essere zona d'ombra. Vietato vederli, vietato raccontarli. Noi, ovviamente, ci sottraiamo al buio.
Ancora una «vittima» dell'informazione negata nei cpt. Questa volta a rimanere fuori dalla porta, il giornalista de «Il Piccolo» Guido Barella. La vicenda riguarda di nuovo il nuovissimo centro di Gorizia, quello da cui è partita la campagna, lanciata dal manifesto, per fara accedere gli operatori dell'informazione nei centri. Barella aveva chiesto alla Prefettura di poter assistere ieri sera alla partita dei mondiali di calcio Arabia Saudita-Tunisia insieme agli «ospiti» del nuovissimo cpt fiulano. Ha quindi inviato regolare richiesta di accesso. «Per la verità non mi hanno neanche risposto, se non dietro un mio sollecito - specifica Barella - e quando è arrivato il fax in redazione, beh, non c'è scritto neanche perché, soltanto che il ministero non ha concesso l'autorizzazione». Osserva il giornalista de «Il Piccolo»: «Eppure la settimana scorsa si sono svolti ben due concerti dentro al centro. Cosa dovrei fare: travestirmi da chitarrista?». L'altro ieri il portavoce del ministro Giuliano Amato ha risposto alla lettera aperta «inviata» dal manifesto, assicurando che la neonata Commissione sui cpt affronterà anche questo problema.

Il Manifesto
16/6/2006
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martedì, 13 giugno 2006

Il buio dentro gli occhi.

E' il titolo di una delle storie narrate nel libro. Said ne è il protagonista. La notte del 2 marzo 2005 venne duramente pestato dalle forze di polizia all'interno del CPT di Bologna. Recentemente il TAR ha confermato che nonostante Said sia parte lesa in un processo dovrà venire espulso. Giovedì, alla presentazione bolognese, non potremo mancare di parlarne. Verificheremo subito quanto questo libro sia strumento di praxis.

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giovedì, 08 giugno 2006

Il libro si presenta.

Espongo qui la lista delle occasioni in cui il libro si presenterà pubblicamente, insieme al suo autore. (E anticipo: vorrei che questo blog diventasse l'estensione in progress del libro. Qui l'attenzione sui CPT non verrà meno).

- 15 giugno (ore 17.30) - Bologna - La Feltrinelli Librerie, piazza Galvani 1/H (Palazzo dell'Archiginnasio) - con Moni Ovadia.

- 18 giugno (ore 21) - Massa - via Bastione - con Ovidio Bompressi, Roberta Fantozzi, Alì Mimoun El Barouni (Compagnia della Fortezza).

- 19 giugno (ore 18) - Pisa - Libreria Tra le righe, via Corsica 8 (vicino piazza Cavalieri) - con Giuliano Campioni, Sergio Bontempelli, Alì Mimoun El Barouni (Compagnia della Fortezza).

- 20 giugno (ore 21) - Genova - Comunità San Benedetto al Porto - con Haidi Giuliani e don Andrea Gallo.

- 28 giugno (ore 18) - Torino - Feltrinelli Musica e Libri, piazza CLN – con Andrea Bajani.

- 29 giugno (ore 18) - Firenze - Arci Toscana, piazza dei Ciompi - con Mercedes Frias, Mariella Bettarini, Vincenzo Striano, Giuseppe Panella.

- 29 giugno (ore 21) – Firenze – CPA - con Giuseppe Panella.

- 2 luglio (ore 21) - La Spezia - piazza della Loggia - con Alessandra Ballerini.

- 14 luglio (ore 18) - Colle Val d'Elsa (SI).

- 16 luglio (ore 21) -  Marina di Massa (Ricortola) – Festa provinciale di Liberazione.

- 25 luglio (ore 9) - Torre Pellice.

- 26 luglio (ore18) – Roma – luogo da definire – con Moni Ovadia, Ascanio Celestini, Stefano Galieni.

- 29 luglio (ore 12) - Volterra - Festival Volterrateatro.

 - 23 settembre - Torino - Festival Torino Spiritualità - con Marco Revelli.

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