martedì, 18 dicembre 2007

Premi e targhe

Con un po' di ritardo, informo che Lager Italiani ha avuto il "premio scaffale" al premio Omegna ("premio letterario della Resistenza"). Il primo premio è andato a Gomorra di Roberto Saviano. Co-premiati con Lager italiani sono stati Il piombo e l'argento, di Carlo Capogreco e Guido Rossa, mio padre, di Sabina Rossa e Giovanni Fasanella.

Non sono andato alla premiazione (è noto che i formalismi mi fanno venire dei pruriti in parti imprecisate del corpo): perdere due giorni per andare a ritirare una targa mi sembravano eccessivi. Come mi ha fatto notare il mio amico Andrea R., in fondo non ho nemmeno il caminetto... Ho detto però che se mi chiameranno a parlare, allora sarò ben lieto di andare.

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martedì, 31 luglio 2007
Buone nuove.

Non aggiorno da un po' di tempo questo blog. Credo che un anno di vita sia il decorso naturale di un posto come questo. Non escludo però di riattivarlo, di tanto in tanto, per segnalare belle notizie come questa:

Rivolta nel Cpt di Bari In 36 verso la libertà
Notte di scontri nel centro di permanenza San Paolo. Otto le persone in ospedale: due poliziotti e sei «fuggitivi». Le associazioni denunciano: «Condizioni estreme»
Evitare il rimpatrio, dopo le peripezie affrontate per giungere in Italia, e la voglia di libertà: nella notte tra domenica e lunedì è scoppiata un'inserruzione nel cpt di Bari. Una trentina gli immigrati che sono riusciti a fuggire. Sarebbero tutti egiziani. Non è stata una passeggiata. L'evasione è stata contrastata dalle forze dell'ordine presenti nella struttura e dagli equipaggi di alcune volanti della questura giunti sul posto per dare manforte. Dopo ore di tafferugli risultano 8 le persone ricoverate in ospedale: 2 gli agenti (prognosi che non andrebbero oltre le 2 settimane) e ben 6 i fuggitivi, rimasti feriti «ufficialmente» scavalcando il muro di cinta.
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mercoledì, 30 maggio 2007

Peace Reporter mi ha chiesto un commento (qui) sulla vicenda dei ventisette ragazzi africani che stavano naufragando nel Mediterraneo e sono stati trainati da un peschereccio maltese sul quale però non sono stati fatti salire per paura di una condanna per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Lo riporto di seguito. 

Salvare persone che affondano è un reato. Strano che ancora non lo si sia capito. Eppure la vicenda della Cap Anamur, la nave di un’associazione tedesca umanitaria che aveva salvato 37 persone da un barcone in procinto di affondare, lo aveva già esposto con la massima chiarezza. Quei migranti, la maggior parte dei quali provenienti dal Darfur, erano oggetto di un rimpallo tra Malta, l’Italia e la Germania. Erano diventati una questione di Stato, quasi il simbolo della sovranità nazionale. Per questo erano rimasti per tre settimane a bordo della nave davanti a Porto Empedocle, guardati a vista dalla marina militare italiana. E quando il capitano della nave aveva deciso che dovevano scendere a terra, che quella segregazione non poteva continuare, era stato arrestato, e successivamente processato, insieme a tre marinai, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Il caso Cap Anamur diceva con chiarezza che l’Unione Europea, almeno dal maggio 2004, dopo l’allargamento, si era costituita in Fortezza, e che si doveva procedere al respingimento e all’espulsione, senza se e senza ma, degli immigrati irregolari.

Qualche mese fa ho assistito a uno sbarco a Pozzallo, nel ragusano. In quel caso erano eritrei, trainati fino al porto dopo essere stati recuperati al largo. Per un giorno rimasero nel capannone del porto, per essere poi trasferiti in un centro di identificazione. Sulla banchina, un vero e proprio cimitero di barconi, alcuni dipinti a più colori, alcuni ornati di fregi e scritte arabe e versetti coranici. Tra quei relitti, avevo incontrato un pescatore, ormai abituato alle presenze di immigrati nel suo mare.
Se devo portare un cadavere a terra per stare una settimana attaccato alla banchina – mi diceva - io il cadavere lo riprendo e lo butto in mare, pace all’anima a dio. La stessa cosa la pensi quando uno li vede in pericolo… Però sono persone come noi, allora intanto io cerco di portarli in salvo, poi si vede.”
E’ storia di tutti i giorni, i pescatori sono i primi a intercettare i barconi. E spesso è successo che se li portavi a terra ti tenevano la nave ferma per qualche giorno, con un danno economico non da poco. Così, quando ti capitava di pescare cadaveri, gli scrupoli morali erano superabili. Non quando incontri dei corpi ancora vivi. Però si tratta sempre di sfidare la legge, e non tutti magari ne hanno il coraggio. Ché la legge, la nostra legge, disincentiva l’aiuto umanitario.
“Quando li avvisti – continuava il pescatore – tu chiami la capitaneria, loro vogliono sapere la tua posizione, la posizione dei clandestini, poi devi stare in attesa, e fare quello che ti dicono. Però, certo, se vedi che quelli sono in pericolo, tu lasci perdere quello che ti dicono dalla capitaneria, come è successo quest’estate: c’era un peschereccio di Pozzallo che ha avvistato un barcone di una cinquantina di persone. Li hanno salvati quasi tutti, tranne tre, ché la barca si è rovesciata e questi sono affogati. E la Capitaneria sai che cosa gli aveva detto? Rimanete là in attesa d’ordini! Il capitano diceva, Ma io non posso rimanere qua, Stanno morendo tutti! Sì, aspettate le nostre unità che stanno arrivando. Ma le vostre unità prima che arrivano qua ci vogliono quattro o cinque ore, qua non salviamo neanche una persona. Ha fatto di testa sua e li ha salvati. Era un peschereccio di qua, poi gli hanno dato la targhetta al valore, però tramite il sindaco, perché se non c’era il sindaco nel mezzo chissà cosa gli facevano loro…"
Questa ingiunzione di attendere non dipende dalla crudeltà della capitaneria, ché anzi ci sono persone che si spendono di continuo per salvare barche in difficoltà, ma dalle costrizioni di una legge che intende limitare al massimo gli accessi irregolari, costi quel che costi.

Un evento come questo del peschereccio maltese che non ha voluto far salire a bordo i ventisette migranti ci dice anche un’altra cosa. Non che occorra suscitare la pietà per questi “disperati”: la pietà non è altro che il rovescio del senso di superiorità dell’uomo bianco, al quale fa agio avere uno zio Tom da compatire. Ci dice invece che è necessaria una vasta, instancabile operazione di parola, di linguaggio (se pensiamo anche a come queste cose vengono presentate nei telegiornali) per far capire che la clandestinità c’è perché non è offerta la minima possibilità di ottenere un ingresso regolare, e che la clandestinità è una iattura soprattutto per i clandestini stessi, i quali eviterebbero ben volentieri di mettere a rischio le loro vite su quei barconi, e potrebbero entrare in Europa con il loro nome e i loro diritti. Si tratta di comprendere che non permettere di entrare regolarmente produce necessariamente clandestinità, e la clandestinità è estremamente gradita agli imprenditori che ne sfruttano la forza-lavoro, e anche ai politicanti che ne sfruttano le potenzialità di “capro espiatorio”, nemico ideale su cui fare campagna elettorale. Si tratta di comprendere i meccanismi delle migrazioni, un fatto naturale inevitabile, e non cedere all’onda d’urto della cronaca nera usata perennemente come clava hobbesiana, come lo spettro dell’uomo nero agitato per invocare misure sempre più restrittive e repressive. Si tratta di comprendere, anche, il ruolo “necessario” di questi ragazzi ghanesi nigeriani e camerunesi, ciò che sarebbero andati a fare, quali reti amicali o parentali avrebbero sfruttato e sfrutteranno, magari a raccogliere pomodori in Campania o in Puglia, o forse in qualche metropoli a offrirsi nei cantieri. “Si tratta di comprendere”: espressione delicata, di questi tempi, forse anacronistica, ma non c’è altra via.

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venerdì, 25 maggio 2007

Said e il numero 9.


“Non l’avete capito che questo è un territorio fuori dell’Italia? Qui comanda la polizia. Qui non vi sente nessuno!” Così, racconta Said, gridavano i poliziotti durante il pestaggio del 2 marzo 2003 nel CPT di via Mattei a Bologna. Grida che esponevano ciò che i migranti sanno fin troppo bene, dentro un campo: che non hanno diritti, e che ciò che fa valore sono i puri rapporti di forza. Ieri Said Imich ha ripercorso quella notte, durante l’udienza al tribunale di Bologna. Ne ha ritracciato la dinamica, così come aveva fatto altre volte, con la stessa precisione, senza smagliature, esattamente ripercorrendo quanto mi è accaduto di riscrivere in uno dei capitoli del mio “Lager italiani”. E’ stato il momento più intenso (e ancor più intenso per me che mi onoro della sua amicizia) di quello che forse è il processo più importante per un pestaggio dentro il CPT dopo quello che si concluse con la condanna in primo grado di don Cesare Lodeserto per i pestaggi nel centro Regina Pacis di San Foca, in Puglia. Stavolta imputati sono i poliziotti che infuriarono quella notte, compreso l’ispettore: è un processo importante, perché vengono finalmente alla luce di un’aula giudiziaria quelle inscrizioni totalmente arbitrarie dei manganelli sui corpi dei detenuti che sono un fatto fin troppo normale nei centri, a sentire i racconti dei migranti. La dinamica di quella notte ricorda da vicino Bolzaneto e la Diaz insieme – e del resto Genova che cosa fu, nel luglio 2001, se non un grande campo, una zona d’eccezione in cui ogni diritto era stato sospeso?

Said era in camera, quando sente delle grida dal cortile. Due ragazzi, uno russo e uno tunisino, avevano provato a scappare, e Said li vede a terra, con i carabinieri che li manganellano, finché li trascinano nel posto di guardia della polizia. Da lì dentro continuano a sentirsi le urla, e i detenuti del campo (gli “ospiti”, anzi, ché così vuole la legge) si ribellano. “Siamo in un paese civile, democratico, non si usano più i manganelli” – così dice Said, con un’indignazione quieta e ironica, al pm che lo interroga. Alcuni vanno verso il cancello, altri sulla tettoia, e lanciano bottiglie di plastica, sacchi della spazzatura e pezzi di grondaia. Dopo un po’, i due fuggiaschi rientrano, piangendo. (Ha visto i segni dei manganelli sul corpo?, chiede il pm. No, loro piangevano e basta, quali segni, i segni del manganello si vedono il giorno dopo, risponde Said. E, nella deposizione successiva, la parlamentare Katia Zanotti ha affermato di averli ben visti, quei segni, quando entrò il 3 marzo nel centro, e ha visto pure le ferite sulla testa, e il sangue sparso a terra). Ma questa protesta non poteva essere tollerata dai poliziotti, lesi nell’onore, nel prestigio, che per riaffermare la loro autorità, la loro forza, dovevano mostrare chi comanda davvero. E perciò sono entrati in assetto antisommossa, in spedizione punitiva, con l’ispettore che grida Io vi sfondo, e mantiene la parola in effetti, manganelli che aprono le teste, lacrimogeni, e poi tutti contro il muro nel corridoio, uno che ti guarda, Alza la faccia!, e tu la alzi e lui che ti sputa in faccia, così racconta Said, e poi ancora manganellate, e uno scudo che si spacca in testa a Said e il sangue che gli si spande ancor più sul volto, tanto che un poliziotto gli fa una foto col cellulare, Chi è il più bello?

Ridevano, dice Said, erano allegri, dopo la spedizione. Specialmente il numero 9, quello che nel riconoscimento di qualche tempo fa era contrassegnato con quel numero. Il numero 9 è l’asso di quella sera, dice Said, lui era quello che si divertiva più di tutti, calci e pugni che volavano. Numero 9, adeguato, proprio come per un centravanti di sfondamento. Il poliziotto numero 9 si chiama Cognitti, ed è seduto al primo banco, esattamente davanti a Said, ma Said non gli fa l’onore né di guardarlo negli occhi né di dargli un nome. Lui è, e sarà sempre, il numero 9.

C’è stato un altro momento forte, nell’udienza, ma invece della misurata intensità di Said i pochi presenti hanno potuto assistere a due tragicomiche comparsate di due crocerossini, che hanno costellato i loro discorsi di “non ricordo” e di contraddizioni, fino a farsi riprendere più volte dalla giudice stessa, che gli ha fatto presente che in una processo bisogna dire “tutta la verità”, e la reticenza può essere ragione di incriminazione. Ciò che il primo testimone ha cominciato col non ricordare era il fatto che vi fosse stata una fuga – ciò che pareva davvero far comodo alla difesa, che tende a dire che quella era una rivolta (come se, in ogni caso, quello fosse un buon motivo per massacrare delle persone). La pm gli fa rilevare un mare di contraddizioni con la deposizione resa al gip il 14 novembre del 2003, ma lui continua a non ricordare, nonostante le ammonizioni del giudice. Soprattutto, ciò che non aveva raccontato nella dettagliatissima deposizione al gip, compare adesso (questo è un ricordo che evidentemente deve aver occultato tutto il resto): il fatto che ci si trovò di fronte, in quell’occasione, a un tentativo di “fuga di massa”, fino a che la massa di fuggiaschi “prese possesso dell’infermeria” dove si trovavano attrezzi pericolosi come i bisturi. Questo ricordo compare alle domande dell’avvocato della difesa, di fronte alle quali il crocerossino non ha esitazioni, i ricordi sono precisi adesso, tanto precisi che si ricorda perfino di aver visto gente entrare nella zona infermeria “dopo l’uscita del Bui e del Tedeschi”… Eh già. Non ricorda nulla, il sangue, il motivo della protesta, gli idranti che sparano sulla tettoia, ma il Bui e il Tedeschi, quelli, come scordarli?

(pubblicato su Liberazione il 18/5/2007)
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giovedì, 26 aprile 2007

La morte silenziosa di un clandestino.

E' il titolo del mio pezzo uscito sul manifesto sulla vicenda di Monsef/Moulay (mescolare identità è necessario, in questi casi). L'ho ripubblicato su Nazione Indiana, qui.
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martedì, 17 aprile 2007

Annuncio ricerca lavoro: saldatore, montatore di capannoni.

 

A Capodanno ero nelle campagne vicino a Cerignola. Tra i braccianti che fanno i pomodori, olive, uva, broccoli, carciofi. Braccianti maghrebini, subsahariani, esteuropei. Ho parlato a lungo con Monsef, quel giorno, tunisino, un tipo solitario, che però aveva voglia di parlare. E mi ha raccontato un sacco di cose, di sé, del mondo bracciantile, dello sfruttamento di quelle braccia, della concorrenza interna da quando sono arrivati a rumeni e si accontentano di una paga più bassa, anche due euro l’ora. Ma Monsef non odia. Era diventato molto amico di un ragazzo rumeno. Che doveva essere nel bar di Marcella il giorno di Capodanno.

Oggi mi ha chiamato, Ieri è morto un ragazzo. Il mio amico. Lavorava intorno agli ulivi, fresava, il motore gli è caduto addosso e lui è stato spinto nel canale dietro, l’acqua è profonda lì. E’ morto per tre euro e mezzo l’ora, lui.

Sono andato a cercare su Google, nessun riferimento a questa morte. I giornali riportano del rumeno morto nel cantiere a Roma, ma non di quello morto a Cerignola. Sono quelli al gradino più basso, del resto, e quelle campagne sono come extraterritoriali.

Io a Monsef avevo detto a Capodanno, Sei uno dei pochi fortunati qui ad avere il permesso di soggiorno, perché non provi a salire al nord, visto che in Tunisia eri un bravo saldatore, che costruivi cancelli di ferro, che montavi capannoni, che pure ti piace farlo?

Oggi mi ha risposto, Adesso basta, ha detto, Ho deciso che voglio salire al nord. Mi puoi aiutare?

Ho chiamato subito qualche sindacalista per sentire, ma è difficile. Continuo.

Qualcuno di voi è in grado di aiutare Monsef? Se pensate cinque minuti ciascuno tra tutte le vostre conoscenze, sono convinto che qualcosa potremmo trovare. Dai.

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venerdì, 13 aprile 2007
Massimo Adinolfi, a.k.a. Azioneparallela, ha scritto una lunga recensione sul suo blog al libro, discutendone la tesi dello stato d'eccezione - come si conviene su un blog d'un filosofo. La trascrivo qui, con, di seguito, la mia risposta.

Mi piacciono i titoli delle storie: Questa è la verità, Il rovescio del sangue, Lo strappo del Corano, Deserti, Male Nostrum. Ancor più mi piace che i titoli abbiano i nomi di coloro di cui Marco Rovelli raccoglie la testimonianza: Carlos, Abdelali, Samir, Sajjad, Montassar. Io credo che, in un qualche senso, i nomi abbiano sempre ragione. Nessuno può immaginare che sia fatta giustizia, senza che i giusti siano chiamati per nome, e senza che sia fatta in nome di qualcuno, a cui la giustizia restituisce anzitutto, nel nome, la memoria.
Quel che Lager italiani descrive, può essere riassunto in queste righe:
“Annullati. Fino al riconoscimento stesso del proprio essere. Incarcere, almeno, qualche diritto lo si detiene. Per quanto la pena sia lunga, per quanto il carcere sia un carnaio, non si cessa di essere una persona. Dire che qualcuno è una persona equivale a dire che ha dei diritti. Ma in un CPT [= Centro di Permanenza Temporanea], sebbene si sia detenuti peggio che in carcere, non si ha diritto neppure a dirsi detenuti. Il giudice e la guardia si sentono offesi, se tu dici di essere detenuto. Non sei un detenuto, ti dicono, sei unospite. Tienilo bene a mente, tu sei un ospite. Qui sei trattenuto, non sei ristretto. Non è possibile essere presi, catturati,vinti più di così. Privati perfino del riconoscimento della cattura.”
Cominciando dal nome, Marco comincia col suo libro a restituire qualcosa, a chi viene vinto fin nelle parole. E leggendo queste storie, non si può non dare ragione a Carlos, ad Abdelali, a Samir, a Sajjad, a Montassar, a tutti coloro nel cui nome si raccontano queste storie di immensa infelicità e sventura. Io penso così: non c’è bisogno di prove, non occorre accumulare documentazioni al riguardo, non importa la dimensione del fenomeno, cosa sia oggi l’immigrazione, quali politiche siano in grado di farvi fronte, cosa si debba fare con i Centri, perché accadano queste cose, di chi sia la colpa, quanto ci sia di colpa in queste cose, cosa sia più grave e intollerabile. Questo nugolo di problemi non sfiora nemmeno quei nomi: può darsi che aiutino a capire, a giustificare o ad accusare, ma l’istanza di giustizia che è avanzata nel nome, e proprio nel nome, rimane intatta e intangibile. Carlos ha ragione, Abdelali ha ragione, Samir ha ragione, Sajjad ha ragione, Montassar ha ragione. Marco dona il suo sguardo, le sue letture, la sua solidarietà: a me piace pensare che con più di una di queste persone abbia bevuto una birra, passeggiato a lungo, magari suonato insieme. Che abbia ascoltato molto più che domandato. E che poi abbia scritto lentamente: l’istanza di giustizia che viene avanzata è così immensa, così indiscutibile, che non ha bisogno di fretta né di furia o di grida. E perciò queste storie mi sembrano raccontate piano, e bene. A bassa voce, con frasi brevi e dolenti: non spezzate né interrotte, ma piene di silenzi.
Quel che faccio ora è un piccolo torto al libro. Non alle storie che vi sono raccontate, ma al libro. Il libro si compone di due parti e di un’appendice (e ha una prefazione di Erri De Luca e una postfazione di Moni Ovadia). La prima parte s’intitola All’altezza degli occhi, e sono le storie racconte nelle pause tra due sguardi: Marco e Carlos, Marco e Abdelali, Marco e Samir. La seconda parte si compone di Note deperibili e contengono tutto quel che c’è da sapere sui CPT: come nascono, cosa sono, chi vi è trattenuto, quanti sono, in che condizioni sono. Di questa seconda parte il fulcro è costituito dalla rappresentazione di una realtà giuridica paradossale: la denuncia non riguarda dunque solo le condizioni in cui di fatto sono tenuti i migranti nei diversi CPT presenti nel nostro paese, ma quelle di diritto, che non riescono ad assicurare protezioni legali accettabili a coloro che sono raggiunti punitivamente dalle leggi di contrasto all’immigrazione clandestina. L’appendice s’intitola invece Il campo come forma della modernità: sono poche pagine, ma formulano, con l’aiuto di Hannah Arendt e di soprattutto di Giorgio Agamben, la tesi che il campo, uno strano ibrido in cui il diritto e il fatto si presentano indiscernibilmente sovrapposti, è ormai “il paradigma biopolitico della modernità”. Questa tesi chiude il libro fondamentale di Agamben Homo sacer. Homo Sacer reca, nell’ultima sezione del libro, tre tesi:
  1. La relazione politica originaria è il bando […]
  2. La prestazione fondamentale del potere sovrano è la produzione della nuda vita […]
  3. Il campo e non la città è oggi il paradigma biopolitico dell’occidente
Nel suo libro, e non solo nell’appendice, Marco richiama, con tratti brevi e precisi, le prime due tesi, ma è alla terza che dedica maggiore attenzione. Non è una tesi che si possa prendere alla leggera: e non solo per ciò che sono i campi, ma per ciò che ne è della nostra stessa vita. Scrive Agamben: “Dai campi non c’è ritorno verso la politica classica; in essi, città e casa sono divenuti indiscernibili e la posibilitò di distinguere fra il nostro corpo biologico e il nostro corpo politico […]. E noi non siamo soltanto, nelle parole di Foucault, degli animali nella cui politica è in questione la loro vita di esseri viventi, ma anche, inversamente, dei cittadini nel cui corpo naturale è in questione la loro stessa politica”.
Orbene, vi sono fenomeni assai diversi che si prestano ad essere catturati da queste parole: non solo il trattamento riservato ai migranti nei centri di accoglienza, che è l’oggetto del libro di Marco Rovelli, ma anche, ad esempio, la ridefinizione oggi assai problematica dei confini tra pubblico e privato, o le questioni politico-giuridiche poste dai progressi tecnologici in ambito bioetico. Dico questo per riconoscere alle analisi che vengono proposte la capacità di misurarsi con problemi reali, e non semplicemente con vaghe costruzioni teoriche. Quel che però io ho cercato, nel libro di Marco, e non ho trovato, è una dimostrazione delle parole di Agamben che pure Marco cita. (Ecco il torto che faccio al libro: discutere la tesi che è esposta nell’appendice, come se la trovassi formulata in un saggio, e non appunto in un’appendice alle storie di Carlos, di Abdelali e degli altri. Si può dire che la risposta alla mia questione è Carlos, è Abdelali, è Samir: allora accetterei di avere torto, e abbasserei lo sguardo non potendo sostenere il loro).
Agamben dice: “Lo stato di eccezione ha anzi raggiunto il suo massimo dispiegamento planetario” e intende che lo abbiamo raggiunto oggi, non che lo si sia raggiunto con i lager nazisti. Più precisamente, si è ormai raggiunta, secondo Marco (che segue sul punto Agamben) “una soglia di indeterminazione fra democrazia e assolutismo”. Se il campo è la forma della politica contemporanea, democrazia e assolutismo appaiono come due varianti all’interno di una stessa forma, o di una stessa condizione, quella in cui “l’eccezione è diventata la regola”. Se infatti l’eccezione è diventata la regola con gli stati totalitari, “tale è rimasta dopo la loro scomparsa, e oggi la ritroviamo dispiegata su scala mondiale”.
Ora, di questa tesi io esigo dimostrazione. Non mi basta il mutamento in corso del quadro di diritto internazionale, o di quello interno; non mi basta Guantanamo né “lo stadio di Bari, in cui nel 1991 la polizia italiana ammassò provvisoriamente gli immigrati clandestini albanesi prima di rispedirlinel loro paese” (l’esempio è addotto da Agamben, in Homo sacer). Questi ultimi sono esempi, e per quanto esemplari, anzi proprio perché esemplari, mantengono ancora il carattere di esperienze-limite che non riversano necessariamente i loro inquietanti e preoccupanti connotati sull’intera vita giuridica del nostro paese (o dell’ordine giuridico internazionale).
Non ho tesi da contrapporre, al riguardo – men che meno tesi “senza ritorno”. Ma mi chiedo se, per sostenere che il campo è il paradigma biopolitico della modernità, un paradigma fondamentale, dinanzi al quale perde senso la distinzione tra democrazia e totalitarismo (una distinzione che io invece saprei tracciare sotto molti, per me non rinunciabili aspetti), non occorra qualcosa di più di Guantanamo o di Bari (o di Genova: anche Genova durante il G8 fu trasformata secondo Agamben in un campo). Mi chiedo perché non si debba mantenere l’idea che quella del campo sia solo una possibilità, per quanto da pensare come incombente per principio sui nostri sistemi giuridici, per ragioni costituive dell’intera compagine giuridica occidentale (che qui non discuto ma che andrebbero discusse in relazione alla prima tesi di Agamben riferita sopra) e per ragioni storicamente più ravvicinate, in relazione a fenomeni come i flussi migratori o l’emergenze di istituzioni di diritto sovranazionale che non siamo ancora preparati ad affrontare. Ma appunto una possibilità, un fantasma che può tornare a visitarci, non una realtà che occupi ormai l'intero spazio politico contemporaneo.
E così concludo. Il libro di Marco è un bel libro, un libro che lascia il segno. La mia passione per la filosofia è causa che infine abbia preso il sopravvento la discussione di una tesi che ha forse notevoli potenzialità euristiche, ma che attende di essere formulata e comprovata, per dir così, ‘dati alla mano’. I dati che però accompagnano le storie raccolte da Marco, e queste stesse storie, non consentono dubbi circa il fatto che il modo in cui finora l’Italia si è mossa sul fronte delle politiche dell’immigrazione denota, nel migliore dei casi, larga impreparazione, e nel peggiore…
E nel peggiore il grido di Carlos, il sangue di Abdelali, le pagine strappate del Corano di Samir, il pianto di Sajjad, il pestaggio di Montassar. E la confusa eco di tutti le voci, e delle lingue straniere che si mescolano nel campo senza riuscire quasi mai a intendersi.

Caro Massimo, mi piace molto ciò che ti è piaciuto pensare. Grazie. Hai saputo cogliere, con empatia, quel tratto empatico che viene "prima di tutto". Questo è il senso del libro, prima del suo presunto "contenuto". Il contenuto sta tutto in questo contatto, in questi sguardi.
Nella fattispecie delle riserve sul campo, ho ovviamente qualche riserva: nel senso che tu dici, Ho presenti le differenze tra democrazia e totalitarismo. Certo, anch'io, e anche Agamben. Però il concetto (biopolitico, è importante non dimenticarlo) di campo è comprensivo di ambedue, li tiene insieme, e permette di spiegarne la continuità. E' un vuoto che sta al cuore della sovranità politica, dunque una possibilità sempre, naturalmente ed essenzialmente, incombente sulle società occidentali. E sul pianeta intero, adesso che è stato occidentalizzato. Dove l'eccezione si dispiega in territori sempre più vasti, dal diritto internazionale (l'unilateralismo, le pseudo-guerre umanitarie - a questo proposito sto leggendo un bel libretto di Badiou, L'etica) alle migrazioni (il fatto decisivo di questo tempo, io credo, e qui l'eccezione si rende più presente, visibile) al lavoro (il "precario" è colui che prega, che non ha diritti: la precarietà generalizzata può essere pensata come la forma strutturale della sospensione del diritto). (In Italia, per fare una piccola digressione, la stagione dell'eccezionalità è stata sancita dal primo governo Prodi: guerra di Serbia, legge Turco-Napolitano, pacchetto Treu - cui sono seguiti guerra in Iraq, legge Bossi-Fini, legge trenta)
In ogni caso provare a pensare questa incombenza - a partire dalle ragioni racchiuse nei nomi che tu "ricapitoli" - è un lavoro che tutti insieme dobbiamo provare a fare. E sottolineo a fare.
ciao,
Marco
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giovedì, 12 aprile 2007
Le mani degli schiavi.

E' il titolo dello scritto che ho pubblicato su Nuovi Argomenti, e ho ripubblicato su Nazione Indiana, qui (la prima parte).
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lunedì, 02 aprile 2007
La caccia.

Su Carta è apparso un mio reportage da Rosarno. L'ho ripubblicato su Nazione Indiana, qui.
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venerdì, 16 marzo 2007
Sottrarsi al potere.

Ero a Rosarno, una decina di giorni fa, capitale della ‘ndrangheta e della raccolta delle arance, dove la famiglia Pesce, la cosca più potente, ha perfino pagato il condizionatore della chiesa. Ne scriverò, perché quella terra è un punto di snodo decisivo nel mio “viaggio in Italia” attraverso il lavoro clandestino, che finirà in un libro (un po’ il prequel, o il sequel, di Lager Italiani – parlerò anche di questo).

Intanto, riporto un inciso delle cose che mi ha detto Antonino, un liceale che a sfidare quel mondo di paralisi ci prova - la sua testimonianza di un vissuto di fronte a un compagno di classe esponente di una nota cosca mafiosa: “Qua anche vestirsi non alla moda significa lottare, la mafiosità è nei comportamenti. Se una ragazza esce la sera è automaticamente una puttana. Io ho acquisito libertà d’azione quando mi hanno visto parlare amichevolmente con un ragazzo notoriamente di famiglia mafiosa, che è a scuola con me. Lui ha un conflitto interiore, io gli dico, Vattene da qui, hai i soldi, vattene, lui con me ci parla - ma quando è con altre persone si comporta diversamente. Non sono fiducioso – non riesce a uscire dall’arroganza: quando è attaccato reagisce cosciente del proprio potere. Se uno vuole smettere di essere mafioso deve reagire diversamente, anche se è vero che lui non è mai andato a picchiare un nero, anzi li schifa, l’ha pure detto pubblicamente, oppure è intervenuto, a scuola, a far da calmiere nei confronti di persone che picchiavano; a lui basta una parola, ha autorità. C’è gente violentissima, crescono respirando la violenza come una cosa normale, sono feroci – di fronte a una sua parola, chinano la testa. 

Lui ancora è un mafioso: se vuole sottrarsi, deve rinunciare alla sua autorità.”

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