Said e il numero 9.
“Non l’avete capito che questo è un territorio fuori dell’Italia? Qui comanda la polizia. Qui non vi sente nessuno!” Così, racconta Said, gridavano i poliziotti durante il pestaggio del 2 marzo 2003 nel CPT di via Mattei a Bologna. Grida che esponevano ciò che i migranti sanno fin troppo bene, dentro un campo: che non hanno diritti, e che ciò che fa valore sono i puri rapporti di forza. Ieri Said Imich ha ripercorso quella notte, durante l’udienza al tribunale di Bologna. Ne ha ritracciato la dinamica, così come aveva fatto altre volte, con la stessa precisione, senza smagliature, esattamente ripercorrendo quanto mi è accaduto di riscrivere in uno dei capitoli del mio “Lager italiani”. E’ stato il momento più intenso (e ancor più intenso per me che mi onoro della sua amicizia) di quello che forse è il processo più importante per un pestaggio dentro il CPT dopo quello che si concluse con la condanna in primo grado di don Cesare Lodeserto per i pestaggi nel centro Regina Pacis di San Foca, in Puglia. Stavolta imputati sono i poliziotti che infuriarono quella notte, compreso l’ispettore: è un processo importante, perché vengono finalmente alla luce di un’aula giudiziaria quelle inscrizioni totalmente arbitrarie dei manganelli sui corpi dei detenuti che sono un fatto fin troppo normale nei centri, a sentire i racconti dei migranti. La dinamica di quella notte ricorda da vicino Bolzaneto e la Diaz insieme – e del resto Genova che cosa fu, nel luglio 2001, se non un grande campo, una zona d’eccezione in cui ogni diritto era stato sospeso?
Said era in camera, quando sente delle grida dal cortile. Due ragazzi, uno russo e uno tunisino, avevano provato a scappare, e Said li vede a terra, con i carabinieri che li manganellano, finché li trascinano nel posto di guardia della polizia. Da lì dentro continuano a sentirsi le urla, e i detenuti del campo (gli “ospiti”, anzi, ché così vuole la legge) si ribellano. “Siamo in un paese civile, democratico, non si usano più i manganelli” – così dice Said, con un’indignazione quieta e ironica, al pm che lo interroga. Alcuni vanno verso il cancello, altri sulla tettoia, e lanciano bottiglie di plastica, sacchi della spazzatura e pezzi di grondaia. Dopo un po’, i due fuggiaschi rientrano, piangendo. (Ha visto i segni dei manganelli sul corpo?, chiede il pm. No, loro piangevano e basta, quali segni, i segni del manganello si vedono il giorno dopo, risponde Said. E, nella deposizione successiva, la parlamentare Katia Zanotti ha affermato di averli ben visti, quei segni, quando entrò il 3 marzo nel centro, e ha visto pure le ferite sulla testa, e il sangue sparso a terra). Ma questa protesta non poteva essere tollerata dai poliziotti, lesi nell’onore, nel prestigio, che per riaffermare la loro autorità, la loro forza, dovevano mostrare chi comanda davvero. E perciò sono entrati in assetto antisommossa, in spedizione punitiva, con l’ispettore che grida Io vi sfondo, e mantiene la parola in effetti, manganelli che aprono le teste, lacrimogeni, e poi tutti contro il muro nel corridoio, uno che ti guarda, Alza la faccia!, e tu la alzi e lui che ti sputa in faccia, così racconta Said, e poi ancora manganellate, e uno scudo che si spacca in testa a Said e il sangue che gli si spande ancor più sul volto, tanto che un poliziotto gli fa una foto col cellulare, Chi è il più bello?
Ridevano, dice Said, erano allegri, dopo la spedizione. Specialmente il numero 9, quello che nel riconoscimento di qualche tempo fa era contrassegnato con quel numero. Il numero 9 è l’asso di quella sera, dice Said, lui era quello che si divertiva più di tutti, calci e pugni che volavano. Numero 9, adeguato, proprio come per un centravanti di sfondamento. Il poliziotto numero 9 si chiama Cognitti, ed è seduto al primo banco, esattamente davanti a Said, ma Said non gli fa l’onore né di guardarlo negli occhi né di dargli un nome. Lui è, e sarà sempre, il numero 9.
C’è stato un altro momento forte, nell’udienza, ma invece della misurata intensità di Said i pochi presenti hanno potuto assistere a due tragicomiche comparsate di due crocerossini, che hanno costellato i loro discorsi di “non ricordo” e di contraddizioni, fino a farsi riprendere più volte dalla giudice stessa, che gli ha fatto presente che in una processo bisogna dire “tutta la verità”, e la reticenza può essere ragione di incriminazione. Ciò che il primo testimone ha cominciato col non ricordare era il fatto che vi fosse stata una fuga – ciò che pareva davvero far comodo alla difesa, che tende a dire che quella era una rivolta (come se, in ogni caso, quello fosse un buon motivo per massacrare delle persone). La pm gli fa rilevare un mare di contraddizioni con la deposizione resa al gip il 14 novembre del 2003, ma lui continua a non ricordare, nonostante le ammonizioni del giudice. Soprattutto, ciò che non aveva raccontato nella dettagliatissima deposizione al gip, compare adesso (questo è un ricordo che evidentemente deve aver occultato tutto il resto): il fatto che ci si trovò di fronte, in quell’occasione, a un tentativo di “fuga di massa”, fino a che la massa di fuggiaschi “prese possesso dell’infermeria” dove si trovavano attrezzi pericolosi come i bisturi. Questo ricordo compare alle domande dell’avvocato della difesa, di fronte alle quali il crocerossino non ha esitazioni, i ricordi sono precisi adesso, tanto precisi che si ricorda perfino di aver visto gente entrare nella zona infermeria “dopo l’uscita del Bui e del Tedeschi”… Eh già. Non ricorda nulla, il sangue, il motivo della protesta, gli idranti che sparano sulla tettoia, ma il Bui e il Tedeschi, quelli, come scordarli?
(pubblicato su Liberazione il 18/5/2007)